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Diderot e l’arte
di Alessandro Tempi
pubblicato il 25/10/2013

La modernità di Diderot nella ricerca di un elemento unificante di tutte le arti, incluse le "arti meccaniche", contro il pregiudizio intellettualistico di una loro pretesa inferiorità.
1.  La pubblicazione della voce Arte scritta da Denis Diderot (1713-1784) per l'Encyclopedie (1751) rappresenta un momento fondamentale del rapporto storico fra arte e tecnologia.

In questo breve scritto, che tuttavia costituisce una vera e propria teorica, l'arte è considerata nella sua più ampia accezione funzionale già invalsa dall'antichità e vi sono ricondotte tutte quelle attività umane che richiedono abilità tecnico-pratiche e sono finalizzate a scopi produttivi.

L'Encyclopedie, la cui epoca coincide con quella del primo sviluppo delle "arti meccaniche" applicate a taluni processi produttivi (ad esempio la tessitura) o del "macchinismo", come si usa dire con termine posteriormente entrato in uso, attribuisce un'importanza di prim'ordine alla descrizione delle tecniche e dei mestieri, che è del resto ben evidenziata nel suo sottotitolo Dictionnaire raisonnè des sciences, des arts et des metiers  e molti celebri collaboratori di Diderot condividono l'attenzione di quest'ultimo per le "arti meccaniche", testimonia­ta da opere come  Mémoire sur le premier drap de laine superfine du cru de la France (Daubenton, 1764), Traduction de Neri. Art de la verrerie (D'Holbach, 1752), Jugement de l'Academie royale des sciences sur une nouvelle méthode de tisser la soie et de l'appre­ter (Vaucanson).
   Ma la voce Arte, pubblicata cinque anni dopo l'opera sistematica di Batteux, è particolarmente significativa per due motivi: uno estrinseco, giacché rappresenta una voce dissonante (ma non isolata) nel panorama della cultura estetica del Settecento; l'altro, intrinseco, concerne l'impostazione spiccatamente sociologica e materialistica che l'autore introduce nell'esame del termine, collegandolo al quadro delle innovazioni tecniche ed alla organizzazione protoindustriale del lavoro.
   Diderot opera comunque uno spostamento decisivo rispetto al modo canonico invalso con Batteux di concepire le "belle arti" e tralasciando le questioni di stretta pertinenza estetica e teorica, rinviate alla voce Bello (1752), concentra la sua analisi sulla molteplicità delle attività dell'"industria dell'uomo", che in un recupero dell'antica quanto generica nozione di arte vengono ricondotte ad un concetto onnicomprensivo: "arte", egli scrive, è ogni "sistema di regole o di strumenti tendenti ad uno stesso fine". La generalità - o fors'anche genericità - della nozione non deve tuttavia trarre in inganno:  Diderot ricerca per le manifestazioni dell'arte ciò che le unisce, non ciò che le divide e deve quindi tendere ad una definizione che trascenda le singole specificità, cosa che, allo stesso tempo, gli permette di esaltare il loro essere prodotto dello spirito razionalizzante dell'uomo.
   Anche D'Alembert, del resto, si era espresso analogamente del suo Discourse Preliminaire (1750): "è arte in generale ogni sistema di conoscenza riducibile a regole positive, invariabili e indipendenti dal capriccio e dall'opinione" (Modica 1987), anche se finiva poi riconoscere alle "belle arti" un dominio specifico e distinto, in cui governa non il metodo, ma l'invenzione "che prende le sue leggi solo dal genio".

2.  Perché in Diderot si riscontra una decisa ripresa degli originari aspetti metodici, pragmatici ed applicativi del concetto di arte?  In effetti, in aperto contrasto con la nascente cultura estetica, l'impostazione di Diderot sembra mirata più a restituire piena dignità culturale alle "arti meccaniche", dissipando il pregiudizio intellettualistico di una loro pretesa inferiorità:

 “Mettete su un piatto della bilancia i vantaggi reali delle scienze più sublimi e delle arti più onorate, e sull'altro quelli delle arti meccaniche, e troverete che la valutazione fatta degli uni e degli altri non corrisponde al giusto rapporto dei rispettivi vantaggi, in quanto si sono sempre lodati di più gli uomini occupati a farci credere che siamo felici, che quelli occupati a fare in modo che lo siamo veramente. Quanta bizzaria nei nostri giudizi !  Esigiamo che ci si occupi utilmente e disprezziamo gli uomini utili." (in Soboul, 1976)

    E' chiaro che per Diderot respingere la separazione dottrinaria fra le arti significa salvaguardare l'originario valore autenticamente intellettuale (perché frutto di un disegno razionale ed utilitario) del lavoro umano, sia esso esplicato col pensiero o con l'azione, con l'esercizio conoscitivo o con quello produttivo, giacchè ogni arte è sempre il parto di sforzo risolutivo dell'uomo per migliorare la sua condizione naturale.
   In queste posizioni illuministicamente democratiche ed egualitarie è dato di misurare lo spostamento che Diderot fa compiere alle problematiche dell'arte, collegandole in tal modo all'insorgere di nuove forme e nuovi rapporti produttivi nella società francese del Settecento. Sostanzialmente estraneo agli aspetti puramente formali e normativi di una possibile teoria dell'arte, Diderot preferisce trasferire l'arte sullo scenario della cultura materiale, mettendola in relazione con la vita ed il lavoro dell'uomo, con l'universo sociale in cui essa è naturalmente chiamata ad operare in virtù della sua sostanziale essenza razionale ed emancipativa. La rivalutazione delle "arti meccaniche" va dunque letta come legittimo riconoscimento della loro utilità sociale, ma anche come ribaltamento di una disuguaglianza teorica che riflette un’altrettanta disuguaglianza sociale.
   Se, in ultima analisi, una distinzione deve esser posta, per Diderot è semmai fra arte e scienza (e qui abbiamo un'inavvertita ripresa dell’antico dualismo greco fra téchne ed  epistéme), ma solo perché hanno differenti "oggetti formali" (la produzione materiale per l'una, l'osservazione analitica per l'altra). Fra tutte le arti, al contrario, non può sussistere gerarchia alcuna, giacchè ognuna va concepita come tecnica per moltiplicare i beni e le conoscenze, i cui eventuali valori specifici (il bello delle arti figurative) vanno commisurati alla loro reale capacità di accrescere la "civilisation".
   Le molteplici manifestazioni dell'arte, così ridimensionate nella loro autonomia estetica, si trasformano in aspetti diversi di un modello di cultura che proprio col pensiero illuminista vede ampliare i propri confini fino a comprendere le scienze e le tecniche, sviluppando un tessuto di conoscenze che riflette il ruolo istitutore della ragione nel rapporto con la natura e dal quale dipendono le libertà dell'uomo nella rete dei rapporti sociali.
   Recuperando la sua originaria dimensione tecnica, l'arte si ritrova con Diderot fenomeno pienamente immanente (cioè legato alla sfera del lavoro e dell'utilità sociale), paritario (vale a dire estrinsecabile in una molteplicità di pratiche), progressivo (cioè finalizzato all'incremento ed alla diffusione della cultura nella società).

Riferimenti
Albert Soboul (cur.)
Enciclopedia, Roma, Editori Riuniti, 1976


Massimo Modica
Che cos'è l'estetica, Roma, Editori Riuniti, 1987


Charles Batteux
Le Belle Arti ricondotte ad un Unico Principio, (1746)
 


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