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IL CIRQUE DI FERNAND LÉGER
di Alessandro Tempi
pubblicato il 03/01/2018
Il “clown”, simbolo, metafora, deformazione e parodia della normalità, in cui identificarsi per sviluppare ogni sollecitazione creativa in un personalissimo discorso artistico.

Nel suo saggio ormai classico sulla figura del “clown acrobata” nell’arte moderna(1), Jean Starobinski si chiede quale sia la natura dell’attrazione che sin dall’Ottocento questa figura mitica esercita sugli artisti ed indica due precise spiegazioni, la prima delle quali di natura estrinseca: il mondo del circo rappresenta, nell’atmosfera un po’ plumbea della società urbana in via di industrializzazione, una sorta di intatto paradiso, una zona in cui la memoria di abilità di abilità prodigiose per gli occhi ingenui e/o infantili si fonde con la seduzione del diverso, dello strano, dell’esotico.

Ma è la seconda spiegazione quella che intriga di più l’osservatore dei fenomeni artistici: secondo Starobinski, infatti, al richiamo puramente visivo ed emotivo del circo si aggiunge un singolare legame psicologico che fa provare all’artista moderno un certo qual senso di nostalgica appartenenza al microcosmo clownesco fino al punto di far pensare ad un’autentica forma di identificazione. In altre parole, la scelta dell’immagine del clown, dell’acrobata e del saltimbanco non indica solo la scelta di un motivo figurativo comune, un modo deviato e parodistico – e non sempre deliberatamente - in cui gli artisti parlano di se stessi, del loro ruolo nella società, della propria autoconsapevolezza.

Il “clown” – e il circo come sua condizione e sfondo – diventano autoritratto dell’artista, simbolo e metafora di qualcosa che è al di fuori del normale agire e pensare, insomma una deformazione, un’iperbole, una parodia appunto. Non è un caso, allora, che un artista come Fernand Léger (1881-1955), che ha vissuto in prima fila gli anni turbinosi delle avanguardie storiche, si sia dedicato nell’ultima parte della sua vita all’approfondimento del tema del circo, allargando la nozione metaforica di questo mondo fantastico ad una identificazione ancora più soggettiva, in cui la vitalità e libertà del monde circense rimandano chiaramente alle vicende personali di questo artista così poco incline alla fissità scolastica, alle collocazioni semplicistiche, ma sempre pronto a sviluppare ogni sollecitazione creativa in un personalissimo discorso artistico.

Léger ha attraversato la stagione tumultuosa delle avanguardie e delle post-avanguardie cercando sempre di pervenire ad una crescente e compiuta sintesi espressiva, che lo ha portato ad un’attività multiforme nella pittura come nella scultura, la ceramica, gli arazzi e perfino il cinema d’animazione (“Ballet Mecanique”, 1924). Anche nel “Cirque”, serie di litografie pubblicate in sole 300 esemplari dall’editore Tériade nel 1950,  si ritrovano gli elementi peculiari della sua pittura, soprattutto l’amore per la colorazione primaria a larghe stesure e per le contrapposizioni cromatiche di chiara ascendenza fauve.

(1) Jean Starobinski, "Ritratto dell’artista da saltimbanco", Torino, Bollati Boringhieri, 1984 (ediz. orig. 1983)

link:
Fernand Léger, "Donna in blu"

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