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ARTE  E  INCANTAMENTO TECNOLOGICO
di Alessandro Tempi
pubblicato il 09/04/2014

Pensare il mondo come forma d’arte  (e quindi come oggetto di un pensiero estetico-creazionale) per spezzare l’incantamento tecnologico della sua coartante ovvietà.

Guercino (Giovan Francesco Barbieri)  
"Allegoria della pittura e della scultura", 1637
olio su tela, cm 114,5 x 139

Ripensando alla prima impresa astronautica della Sputnik, Marshall McLuhan scriveva nel 1974:

 “Per la prima volta il mondo naturale è stato completamente racchiuso in un contenitore artificiale. Quando la Terra è entrata in questo nuovo artefatto, è finita la natura ed è nata l’ecologia. La coscienza ecologica è diventata inevitabile non appena il pianeta acquisiva lo stato di opera d’arte.”(1)

Il cerchio evolutivo della contenutezza tecnologica del mondo, già presente a Mallarmé  (“Il mondo - diceva - esiste per finire in un libro”), si compie dunque col dischiudersi dell’età della rappresentazione globale, di un teatro planetario all’interno del quale gli uomini hanno l’ambiguo e non del tutto meditato privilegio di essere ad un tempo spettatori ed attori. Del resto, se è vero, come da tempo Umberto Galimberti va sostenendo, che non il mondo gli uomini hanno sempre abitato, ma solo descrizioni di esso, la contenutezza di cui si parla non può forse essere letta come esito estremo del destino storico della descrizione?  Non è forse il descrivere stesso un atto di contenimento, di racchiudimento delle cose entro i margini stabili ed i contorni rassicuranti di un ordine rappresentativo?
Occorre dunque meditare adeguatamente intorno al privilegio che oggi come uomini ci spetta di abitare un mondo che non contiene più di quanto non sia esso stesso contenuto. E’ tempo insomma di porci quegli interrogativi non più rinviabili che la condizione globale della contenutezza sollecita, primo fra tutti quello intorno alla reale capacità del nostro pensiero, spesso ancora attardato su consuetudini illusivamente umanistiche ed antropocentriche,  a percepire adeguatamente e di conseguenza rispondere alla sfida fatale che investe l’uomo nel suo inquietante privilegio di abitare un mondo in cui non soltanto la natura ha finito con l’essere inesorabilmente posta in esonero, ma soprattutto  la cui condizione di contenutezza attende ancora un pensiero risoluto ed adeguato a formularla ed affrontarla criticamente.

Ora non è detto che questo pensiero debba presentarsi come un ragionamento more geometrico (anche perché si potrebbe aver motivo di supporre che proprio questo tipo di ragionamento stia alla base del destino storico della descrizione del mondo culminato nel presente stato di contenutezza). Al contrario, su questo punto pensatori intellettualmente distanti come McLuhan e Heidegger sembrano sorprendentemente concordanti nel porre in campo le istanze di un pensiero svincolato dalle seduzioni di dominio tipiche del modello di conoscenza aristotelico-cartesiano e tuttavia animato dal desiderio di capire, di interpretare e quindi conferire senso, il che significa :  ammettere il mondo della contenutezza (ed è chiaro che qui si parla sempre di contenutezza tecnologica) alla propria comprensione senza cedere alle sue pretese di inevitabilità, di assolutezza, di mitizzazione, di incanto. Potremmo chiamare questo pensiero disincanto dall’incanto della contenutezza del mondo (dal fatto cioè che questa contenutezza esiste ed è ovunque operante, ma ormai noi non ce ne avvediamo più, tanto ci è ovvia e necessaria !). Ma potremmo anche chiamarlo e non senza ragione pensiero estetico, dal momento che esso trova nelle manifestazioni delle arti visive le fonti primarie del suo discorso (come in effetti accade sia in McLuhan che in Heidegger) ;  ma anche perché esso riconosce alla comprensione estetica la più ampia e capace disposizione a pensare il mondo in termini di disincanto e demitizzazione - un pensiero estetico è insomma anche un pensiero ermeneutico, che interpreta e rivela ciò che al tempo stesso è chiamato, per vocazione ed autenticità, a custodire. Un pensiero, in ultima analisi,  che pensa il suo oggetto esattamente come forma d’arte.

L’incantamento inquietante della contenutezza tecnologica del mondo può dunque essere interrotto allorché su quest’ultimo, assunto come forma d’arte, venga indirizzata un’attenzione estetica e demitizzante. Questa forma di attenzione non è ovviamente patrimonio esclusivo dei filosofi e dei critici, ma spetta anzi in maggior misura di responsabilità e vocazione agli artisti stessi, ai quali, com’è noto,  McLuhan annetteva il compito di infrangere lo stato di contenutezza del mondo,  attraverso la creazione di controambienti  capaci di rivelare e demistificare l’insinuante ma inesorabile ovvietà delle sue apparenze. La via creazionale che l’arte intraprende nel suo rapporto col mondo ha dunque da essere letta come forma di esperienza del mondo, in nulla inferiore alle vie più laiche della razionalità scientifica ed è in questo senso che possiamo dire che il rapporto col mondo, da aspetto tematico del fare artistico, si traduce oggi, come McLuhan già preconizza trent’anni fa,  in una vera e propria forma d’arte tesa a recuperare e porre criticamente in questione la dimensione ambientale di contenutezza (e quindi l’inconsutile trama tecnologico- relazionale)  in cui questo stesso rapporto si trova ad avvenire.

Solo se riusciremo a pensare il mondo come forma d’arte  (e quindi come oggetto di un pensiero estetico-creazionale) sapremo spezzare l’incantamento tecnologico della sua coartante ovvietà. La contenutezza rappresenta oggi il nuovo fondamento del mondo, perché di fatto essa lo istituisce e ce lo rende tale (vale a dire  accessibile, fruibile, spendibile). Ma essa, per altri versi, ce lo restituisce, con tutto l’onere di responsabilità etica ed intellettuale che questa titolarità implica ; questa restituzione è anche, tuttavia, una re-istituzione, in quanto ci offre il non dubbio privilegio di ripensare e re-impostare il nostro rapporto col mondo attraverso una generosa opera di deassolutizzazione e demitizzazione della sua stessa contenutezza. Così, se restituzione significa anche, per l’uomo di oggi,  re-istituzione, quest’ultima assume a sua volta il valore di una destituzione dell’inevitabilità e dell’assolutizzazione di ogni contenutezza. La via di questa re-istituzione passa per un autentico pensiero estetico-creazionale che sia capace di riconoscere che la questione del suo rapporto col mondo si gioca tutta, oggi, nella consapevolezza della transizione di quest’ultimo a  forma d’arte.
****************
1) Marshall McLuhan, "At the moment of Sputnik the planet became a global theatre in which there are no spectators but only actors" pubblicato in JOURNAL OF COMMUNICATION, vol. 24:1, Winter, 1974, pagg. 45-58 e poi ristampato nel volume  "MARSHALL McLUHAN. THE MAN AND HIS MESSAGE" a cura di George Sanderson e Frank Macdonald, Fulcrum Inc., 1989.

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