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Davide Minetti
di Vilma Torselli
pubblicato nel gennaio 2007

Qualche anno fa ho scritto di lui:

Caratteristica dominante del mondo pittorico di Davide Minetti, almeno agli esordi, è la presenza pressoché costante della figura umana, spesso nelle forme di musicanti, suonatori, artisti negri, appartenenti al mondo del jazz, del quale è profondo e competente conoscitore, e del blues (non a caso, la malinconia sembra essere il tema conduttore delle opere di Minetti, soprattutto in questo periodo). Figure rappresentate con tratti forti, decisi, esasperati, espressi con una forza pittorica, nel segno e nel colore, che vuole in realtà attingere all’interiorità psicologica del personaggio e liberarne l’intrinseca energia. Il segno e il colore sono inscindibili, il linguaggio pittorico, solido e corposo, lascia trasparire una forte carica emotiva malinconica e umana, a denunciare un rapporto istintivo molto profondo tra l’artista e l’oggetto rappresentato. La costruzione della figura avviene per larghe masse cromatiche, fortemente plastiche negli esasperati chiaroscuri e dinamiche nella tensione spaziale, talvolta sommarie nei dettagli, nella ricerca della sintesi tipica di un linguaggio istintivo che, come quello di Minetti, vuole essere diretto e spontaneo. Si coglie come l’opera non nasca tanto da uno schema precostituito e aprioristico, quanto da una felice e sensibile intuizione che produce freschezza ed immediatezza di linguaggio, legate ad un’impostazione spaziale e prospettica dal taglio insolito e dinamico che rende vigorosa e a volte concitata la composizione generale dell’insieme.

Le città immaginarie dipinte in epoca cronologicamente susseguente, in apparente contraddizione con la produzione anteriore sia nella scelta del tema che nel ritmo compositivo, più lento e costruito, sono in realtà l’espressione di un momento di riflessione, di presa di distanza, di ripiegamento interiore: è una pausa di riflessione quasi fisiologica, che in qualche modo permette all’artista di organizzare in un linguaggio più meditato e consapevole la sotterranea vena di malinconia che resta, a mio parere, il tema di fondo di tutta la produzione di Davide Minetti. Sono città del sogno, della memoria, dell’immaginazione e, forse, del desiderio, città ideali collocate in uno spazio privo di dimensioni reali perché privo di elementi che forniscano una scala di paragone dimensionale: non ci sono figure, piante, oggetti, solo strutture architettoniche vagamente enigmatiche, goticamente erette verso cieli notturni. Il dinamismo, l’energia dell’insieme sono affidati a masse semplificate, a larghe campiture cromatiche, ma, soprattutto, all’accostamento dei colori, deciso, audace, in grado di attuare una comunicazione forte, centrata solo su ciò che è essenziale . La trama pittorica resta ricca, densa, materica, ma il soggetto tende ad una semplificazione che, lo si capisce facilmente, è destinata ad esasperarsi.

E’ l’inizio di un processo di "astrazione" dal reale, e di "estrazione", dalla complessità dei segni e dei temi, di ciò che, solo, è veramente essenziale, significativo e necessario per trasmettere un messaggio. L’attuale produzione artistica di Minetti, va nella direzione di una sintesi rigorosa ma non rigida, organizzata eppure spontanea, che riassume, impasta e rigenera a nuova forma gli elementi della opere precedenti. L’artista non ha più bisogno di un tema che coaguli gli elementi formali: per anni ha voluto scovare, per usare le sue stesse parole, "nei volti in penombra, nelle mani pesanti e alterate, frammenti di note blues; ora non servono più gli uomini, né i luoghi della musica. Esiste la musica dipinta. Il suono..…"

Il risultato di questa conquistata consapevolezza, di questa più avanzata maturità espressiva, si concretizza, nelle opere più recenti, in masse plastiche, forme complesse e morbide, fatte di linee avvolgenti dai colori caldi, sintetizzate in strutture dall’organicità fluente e spontanea: armoniose composizioni concettuali lontane da ogni cerebralismo e artificiosità, che paiono comporsi e mutarsi davanti agli occhi dell’osservatore in ritmi lenti e sensuali: è ancora il blues, che ha solo cambiato abito.

Vilma Torselli

Da allora, il percorso di Minetti verso l'astrattismo non si è più interrotto, raffinandosi nell'espressione, arricchendosi nei contenuti, complicandosi nei significati metafisici ed accogliendo modi espressivi e tecnici sempre più vari e complessi.


Oggi, faccio mie le parole di Carlo Pesce, che scrive:

"Davide Minetti, meglio di altri, rappresenta la presa di coscienza dell’informe. Il suo lavoro non è condizionato dalla forma, non vuole essere un fenomeno di esaltazione di essa. Si può dire che nella sua opera la forma venga accantonata a vantaggio di un’operazione. È chiaro che non si tratta di un declassamento, il suo lavoro ha una consistenza operatoria che stabilisce una serie di “funzioni” attribuite al colore e/o al gesto. L’informe di Minetti è legato alla sensazione, è un accumulo di esperienze che aspettano di essere ordinate, è un universo che, appunto, non assomiglia a niente ed attende di essere esplorato. È una associazione libera che cerca di definire un’interiorità, la sua, ma anche quella di chi osserva..

Ciò che affascina nelle tele di Minetti, dunque, è che tutte cercano di farci scoprire una parte di noi stessi. Viene in mente un pezzo suonato da Astor Piazzola, Vuelvo al Sur, si intitola. Ciascuno di noi ha un suo sud, un sud al quale ritornare, un sud dell’anima. Il lavoro di Davide Minetti è fatto per raggiungere quel sud
."

Il sito di Davide Minetti


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