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Penso ad un giorno d’incantesimo...
di Elettra Cecilia
pubblicato il 12/08/2007
Se la salvezza in Montale è possibile grazie alla speranza riposta nell’attesa, forse vana, del miracolo, nelle tele di De Chirico ci sono, nei neutri spiazzi di città-fantasma, figure umane in attesa tra oggetti più impensabili, improbabili negli accostamenti in cui vengono proposti e ingigantiti fino ad occupare tutto lo spazio disponibile (l’esempio più clamoroso resta Canto d’Amore, dipinto nel 1914, nel quale un enorme guanto di gomma è appeso accanto alla testa smisurata del classicissimo Apollo del Belvedere): la meraviglia si compie così semplicemente nella messa a nudo del non-senso e dell’inquietudine che permea il mondo.

Leggendo le poesie di Montale mi soffermo sui versi di “Quasi una fantasia”:

Penso ad un giorno d’incantesimo/ e delle giostre d’ore troppo uguali/
mi ripago.

L’altro modo per ovviare all’angoscia dell’esistere per Montale consiste, si diceva, nell’ignorare la Verità e il dolore della vita, evitando di fermarsi a riflettere: “Bene non seppi, fuori del prodigio/che schiude la divina Indifferenza: /era la statua nella sonnolenza/del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.” (In “Spesso il male di vivere ho incontrato”)
La divina indifferenza è esattamente quella rappresentata nelle statue antiche accampate negli spiazzi cittadini tanto cari a De Chirico: è l’ignara ieraticità del freddo marmo, l’insensibilità assoluta, la somma distanza dai mali del mondo. Neutrali sono anche Le Muse inquietanti, di De Chirico, da cui il titolo dell’omonimo quadro del 1916, anonime chimere a metà tra scultura e manichino, sovrane di una dimensione allucinata e immobile, senza spazio e senza tempo.

La tranquilla “incoscienza” incarnata da elementi naturali quali il sole a mezzodì, la nuvola vagante e il falco alto nel cielo, è un bene che il poeta Montale vorrebbe possedere, ma che davvero appartiene solo, tra gli esseri umani, a coloro i quali, beatamente ottusi, i rifiutano di porsi domande, di arrestare per un attimo il proprio vivere quotidiano per tentare una spiegazione ai perché dell’esistenza e ai fenomeni del mondo guardati nell’ovvietà del loro “esserci”.

Da una parte c’è l’uomo che se ne va sicuro, solitario che può avvalersi della divina indifferenza, dall’altra parte c’è il poeta che è condannato alla ricerca del senso della vita e a dipanare l’intricato filo che tiene insieme le mondane apparenze.

Nel 1916, lo stesso anno del dipinto “Le Muse inquietanti” di De Chirico, Montale scrive la poesia:

“Meriggiare pallido e assorto/presso un rovente muro l’orto,/ascoltare tra i pruni e gli sterpi/schiocchi di merli, frusci di serpi./E andando nel sole che abbaglia…”

(Scritta nel 1916, fa parte della raccolta di poesie dal titolo "Ossi di seppia" che nel 1925 fu poi pubblicata) L’effetto straniante, destabilizzante della luce è un altro elemento che accomuna l’opera metafisica alla prima poesia montaliana: le piazze di De Chirico sono permeate da una fonte luminosa innaturale, enigmatica, che produce ombre oblunghe difficilmente giustificabili a partire dalle sole tradizionali convenzioni prospettiche. Percorrendo idealmente gli illusori contorni di quelle strane ombre, si può anche scorgere, perduta tra le architetture, la corsa insensata della palla sfuggita al ragazzino protagonista dei versi forse più schietti e amari lasciati dal poeta:

Ma nulla paga il pianto del bambino/ a cui fugge il pallone tra le case”, in “Felicità raggiunta, si cammina”.

Il male di vivere di cui parla Montale indica la condizione esistenziale assurda e dolorosa dell'uomo, che si trova a vivere in un ambiente ostile e senza poter dare una risposta alle ragioni incomprensibili dell'esistenza, credendo erroneamente che la realtà è quella che si vede e non qualcosa di più misterioso ed occulto, cui l'uomo non ha accesso, se non in rari bagliori, in occasionali "stati di grazia". Tale concetto anche De Chirico lo evidenzia nella sua concettualizzazione dell’arte metafisica che deve cogliere il mistero delle cose, che l’uomo non può svelare con la riflessione umana ma che può essere rivelato talvolta, raramente all’uomo in certi momenti di intuizione e che il pittore fissa sulla tela.

Questo "male di vivere" di cui parla Montale nelle sue poesie si concretizza in alcune immagini di chiaro sapore metafisico: paesaggi accecati dal sole, aride pietraie riarse dal sole, la sonnolenza del caldo meriggio estivo, il senso di una vita soffocante ed incomprensibile, senza poter mai approdare ad alcuna certezza o "verità".

Vivere è come camminare accanto ad un muro invalicabile con in cima cocci aguzzi di bottiglia, quindi non poter superare quella barriera , che ci impedisce di guardare oltre e cogliere, forse, l'autentico senso dell'esistenza.
Il riferimento di Montale al muro come simbolo dell’aridità della vita e delle sue difficoltà, appare anche in molte tele di De Chirico a formare pareti, lunghi muri di mattoni, aride architetture razionali allusione simbolica al mistero e al male di vivere nel sociale.

E’ chiaro che dietro l'apparente naturalismo della poesia di Montale si nasconde una valenza simbolica e metafisica, per cui i vari oggetti descritti assumono un significato simbolico. L'unico rimedio contro il male di vivere, per non lasciarsi travolgere dalla banalità di una vita inspiegabile ed assurda è la divina indifferenza, cioè la capacità di estraniarsi dall'assurdo della vita; non significa rifuggire dalla vita, non assumersi la responsabilità del vivere, quanto rimanere distaccati e lucidi, con animo forte e "stoico" come una statua di De Chirico tranquilla e serena di fronte alle lusinghe di una vita ed una società banali ed insensate.

In altre parole significa assumersi i compiti e doveri di cittadino, impegnarsi per il progetto di una società più libera e migliore, ma con distacco emotivo e lucidità interiore, senza lasciarsi coinvolgere emotivamente cadendo nell’angoscia disperata.
Vi sono tre correlativi oggettivi, che indicano in modo chiaro tale atteggiamento di indifferenza: il falco, la nuvola, la statua nella sonnolenza del meriggio. In queste tre immagini è evidente il guardare la vita dall'alto, con distacco sia per Montale che per De Chirico.

L'opera d'arte metafisica è quanto all'aspetto serena; dà però l'impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni debbano subentrare sul quadrato della tela. Così come la superficie piatta di un oceano perfettamente calmo ci inquieta non tanto per l'idea della distanza chilometrica che sta tra noi e il suo fondo quanto per tutto lo sconosciuto che si cela in quel fondo. Se così non fosse l'idea dello spazio ci darebbe solo la sensazione della vertigine come quando ci troviamo a grandi altezze.

Attualizzando le opere di Montale e di De Chirico, molto distanti cronologicamente da noi possiamo pensare che sono vive ancora oggi in quanto il male di vivere, che per Montale era la frenesia della sua epoca, richiama alla nostra mente la modernità, l’attualità del mondo di oggi nella frenesia e nella confusione della nostra società e nel disagio di molti giovani e meno giovani di fronte alla propria vita. Questo tema si riaggancia ad un filo rosso che ci porta alla poesia del Leopardi, ma la poesia di Montale è di tipo filosofico, metafisico.


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"Il nero realizza l'idea di un'arte assolutamente pura e sublime tautologicamente ripiegata su se stessa, scevra da contenuti narrativi ed emotivi"......continua

 

 
 

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