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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura.
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La politica culturale americana
di Ignazio Fresu
pubblicato il 30/03/2007
L'arte moderna americana, genuinamente cresciuta sulle orme di una civiltà ormai vincente, ma al tempo stesso fortemente programmata anche dalle ingerenze di vario tipo della CIA.

Gli artisti che operavano negli Stati Uniti durante gli anni quaranta erano stati tutti influenzati dalla cultura europea, in particolare da quel gruppo di artisti che vi erano giunti negli anni trenta, in fuga dai totalitarismi europei. È a partire da quegli anni che i rapporti di forza tra l'Europa e l'America hanno cominciato progressivamente a ribaltarsi anche in ambito culturale a seguito di una strategia di cui solo recentemente si è venuti a conoscenza.
Dai documenti divulgati è infatti risultato che la CIA decise di promuovere l’arte contemporanea nazionale, concordemente con l’intero sistema dei musei, critici, galleristi e vertici politici. La strategia prevedeva che la "Scuola di New York" mettesse fuori gioco Parigi e in generale il Vecchio Continente. Ciò avvenne con i fondi ed il sostegno dei politici coadiuvati dal direttore del MOMA Alfred Barr, attento conoscitore dei mass media, che dopo aver convinto la rivista "Life" a promuovere i pittori d'avanguardia presso il grande pubblico, diede vita ad un poderoso programma d’esportazione delle opere verso l'Europa, con una sovvenzione di 125.000 dollari l’anno per cinque anni..
Questa promozione in grande stile produsse i suoi effetti e gli Stati Uniti, inizialmente profondamente restii alle forme artistiche d’avanguardia, videro l'astrattismo come uno stile di forte contrapposizione culturale e simbolo di libertà in opposizione all'estetica sovietica totalmente centrata sul realismo; riconoscendo in essa una poetica basata sulle emozioni personali, esaltate dalla Costituzione degli Stati Uniti centrata com’è sul valore dell'individuo.
Tutto ciò fu pubblicamente sottolineato nel 1952, dal critico James Johnson Sweeney che evidenziò l'aspetto politico democratico e filoamericano di quell'arte e come certi capolavori non sarebbero stati potuti essere né realizzati né esibiti in regimi totalitari come l'Unione Sovietica ed i suoi paesi satelliti.

La proclamazione della supremazia ideale americana, attraverso le sue opere d'arte, venne confermata nel 1964 con l’assegnazione del Gran Premio della Biennale di Venezia all’alfiere del Neodadaismo americano, Robert Rauschenberg, premio per la prima volta assegnato ad un americano. Pur senza nulla togliere alla grandezza ed alla qualità artistica dell’opera di Rauschenberg, in molti giudicarono la scelta l’esito di accordi precedenti l’inaugurazione della mostra. L'evento, che sembrò un'ulteriore conferma dell'imperialismo culturale americano, fu apertamente sostenuto dal gallerista newyorkese Leo Castelli, la cui strategia si basò sulla costruzione di una fitta rete di gallerie amiche a cui concesse un forte guadagno sulle opere vendute. Inoltre la moglie di Leo Castelli, Ileana Sonnabend, aprì una galleria a Parigi nel 1962 contribuendo considerevolmente a diffondere l'arte americana per mezzo delle numerose gallerie satelliti dislocate nei principali centri europei.
Da allora in poi ogni movimento di rilievo fu di matrice americana: il minimalismo, l’arte concettuale, la scultura oggettuale e così via. Alcune forme d’arte di matrice tutta europea come il Nouveau Realismo franco-italo-svizzero sono state “naturalizzate” come se la loro origine fosse statunitense. Ancora più emblematico è il caso della Pop Art, le cui premesse poste dall'Independent Group inglese, furono completamente surclassate già dal 1962, anno della rassegna internazionale organizzata dal gallerista Sidney Janis a New York. Altre proposte di matrice europea vennero sconfitte con particolare ostinatezza come ad esempio l’arte optical, nata in contrapposizione proprio alla pop art (e di cui faceva parte anche “Il gruppo T” su cui si sta svolgendo un’importante retrospettiva alla Galleria d’Arte Moderna di Roma) la cui poetica era centrata sullo studio scientifico della percezione e dei rapporti occhio-cervello.
Nel 1965 alla mostra "Thè Responsive Eye" organizzata dal MOMA furono strumentalmente confuse le poetiche degli autori europei con quelle degli artisti americani di stampo color field che avevano solamente una vaga attenzione per il colore. In effetti il sistema di critici, musei, istituzioni e la stessa coesione degli artisti era in Europa così debole che l'America screditò il movimento con la stessa rapidità con cui aveva già fagocitato la pop art. La politica culturale espansionistica si intensificò ovunque ed i principali strumenti di questa persistente ricerca di egemonia sono stati i musei, che dai primi anni cinquanta intensificarono la promozione della Scuola di New York, coinvolgendo altri musei stranieri e ponendosi come cardine di un’arte che comincia ovunque ma che trova il suo compimento in America, di un’arte genuinamente cresciuta sulle orme di una civiltà ormai vincente, ma anche fortemente programmata dove anche la CIA ha avuto ingerenze di vario tipo attraverso interventi diretti o per il tramite di soci fondatori influenti.


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