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Eaismo
di Federico Zucchelli
pubblicato il 30/03/2007
Un movimento pittorico nato in periferia, ovvero fuori dai principali circuiti artistici e commerciali italiani, ma nonostante questo supportato da una robusta e solida impronta teorica.
(Foto tratta da Wikipedia)
L’Eaismo è stato un movimento pittorico che è nato in periferia, ovvero fuori dai principali circuiti artistici e commerciali italiani. Ma nonostante questo è stato supportato da una robusta e solida impronta teorica, testimoniata dall’esistenza di un vero e proprio “Manifesto” (dell’eaismo).
Il nucleo principale del movimento era costituito da un docente universitario, (Favati), da un poeta di livello nazionale (Landi), e da un artista geniale come Voltolino Fontani che, oltre ad esserne il fondatore, ne era anche la testa pensante.
Erra, dunque, chi non vede in questo gruppo di artisti la presenza del necessario spessore culturale per far decollare un grande progetto. Riguardo, poi, alla figura di spicco del movimento, ossia Voltolino Fontani, vi sono le Quadriennali romane a parlare da sole.
Dobbiamo anche aggiungere che tale artista, a differenza degli altri pittori livornesi di chiara fama (Fattori, Modigliani, Nomellini, Gianfranco Ferroni e Mario Nigro, per citarne “alcuni”) non sviluppò soltanto “cromatismo”, ma diede una base teoretica alla sua produzione artistica, sfociata in scritti e pensieri originali.
Da studi recenti, infatti, (cit. Francesca Cagianelli in “Autoritratti spirituali”) si è colta la passione di Fontani nei confronti delle opere di Rudolf Steiner, ideatore dell’antroposofia e già esponente della “Teosofia”.
Non deve stupire neanche il fatto che quest’ultimo fosse un importante traduttore dell’opera di Goethe, scrittore al quale Fontani si ispirava. La pittura nucleare nasce dunque in Provincia, ma non è per nulla provinciale.

Nel 1954, lo scrittore italiano Carlo Cassola ("La ragazza di Bube", "Il taglio del bosco"), capitato a Livorno per una conferenza sull'arte, notò come in quella città fossero particolarmente vivi due gruppi pittorici contrari alla tradizione post-macchiaiola: gli astrattisti e gli eaisti. Si può dire pertanto che, a differenza del resto d'Italia, Livorno sostituì, nella diatriba tra figurazione e astrazione, il realismo sociale e il post-cubismo con l'eaismo. Del resto, il manifesto eaista raccomanda vivamente di non sconfinare dai moduli stilistici figurativi..
L'astrazione livornese vedeva, invece, in prima fila Mario Nigro e Ferdinando Chevrier, divenuti nel frattempo esponenti del Movimento Arte concreta (MAC). Non risulta che Fontani abbia intessuto relazioni particolarmente strette con Nigro, sebbene i due avessero frequentato la scuola di Beppe Guzzi (pittore della "scuola romana") alla "vetreria italiana", e successivamente la galleria Giraldi.
Negli anni '50 le due personalità artistiche di riferimento nella ricerca sull'arte contemporanea a Livorno, sono, dunque, Voltolino Fontani e Mario Nigro. Entrambi partecipano con alterne fortune ai due più importanti premi cittadini di quel momento (Il premio Modigliani e il premio Rotonda). Entrambi strutturano la loro poetica artistica su basi teoriche. Con una differenza fondamentale, però. Se in Nigro il pensiero scritto è un elucubrazione sulla sua arte e sulle potenzialità che questa serba a livello tecnico e funzionale, in Fontani il discorso teoretico investe il significato stesso dell'arte. E' difficile, dunque, non trovarsi d'accordo con il critico Bruno Corà, quando sottolinea "la ricchezza di strumentazione impiegata dall'artista, il quale mostra interessi e conoscenze estetiche di respiro europeo, sia dal punto di vista teorico (ne sono testimonianza i suoi "appunti visivi" dedicati a Goethe, come le riflessioni relative al cromatismo e al daltonismo, rilevate nella letteratura di Steiner) sia dal punto di vista della cultura visiva, in anni di drammatica chiusura del nostro paese ad altre realtà estetiche. (cfr. Voltolino Fontani "Autoritratti Spirituali"). La capacità di Fontani di saper cogliere lo spirito dell'arte europea e le sue avanguardie gli è pure riconosciuto dal critico d'arte Dario Durbè, che nel 1972 in coincidenza con la mostra dell'artista livornese alla Galleria d'arte moderna di Roma, così si esprime: " Tu sai infatti, perché te l'ho detto altre volte, come sia viva in me l'impressione della tua pittura, quale per la prima volta mi apparve sui miei sedici o diciassette anni, quando niente ancora sapevo dell'arte moderna; e come questa impressione abbia servito, nella mia esperienza personale, ad aprirmi al strada in questo campo.".
Il manifesto eaista non è certo tenero con avanguardie come l'astrattismo, il cubismo e il futurismo. Li accusa di non esser più in grado di cogliere lo spirito del mondo, ovvero "Il senso della nostra epoca" e "l'evoluzione storica dell'uomo", rivoluzionata dall'avvento dell'energia atomica. L'uomo da questo momento non è più lo stesso ed il suo equilibrio con l'universo, con l'ambiente esterno e finanche con la natura è definitivamente compromesso. E' necessario, dunque, modulare l'arte su questi nuovi cambiamenti, per non lasciare l'artista solo con se stesso.
Per questo piglio innovativo, Fontani finisce nella collezione Van Geluwe, insieme a Picasso e Permeke, senza muoversi mai da Livorno. Vuole essere profeta in patria nella città che il grande chansonnier livornese, Piero Ciampi, definì "la più difficile di tutte". E alla fine ci riesce, a differenza di Mario Nigro ( che se ne va via sbattendo la porta, dopo che al premio Rotonda avevano premiato tutti tranne lui) e Amedeo Modigliani (Gianfranco Ferroni non è giudicabile, perché lascia la città in tenera età). Vende tanti quadri, come solo Nomellini ( e non Fattori) era riuscito a fare nella sua vita artistica.

P.S.
Alle mostre sull'eaismo parteciparono anche dei pittori indipendenti, che non aderivano, cioè, al movimento. Uno di questi è Giancarlo Cocchia, artista espressionista, e maestro conclamato di Dario Ballantini, il "trasformista" di "Striscia la notizia". Non conosco molto le sue opere, ma per quel poco che mi è capitato di vedere penso che vi siano alcune assonanze tra l'opera di quest'ultimo e quella degli eaisti, che si riscontrano nelle forme "ciclopiche" e deformate degli uomini.


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