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Alessandro Tempi
Intervista
pubblicato il 02/06/2006
Artonweb: Tu sei un critico in qualche modo "anomalo"…

Alessandro Tempi: Credo dipenda dalle circostanze nelle quali mi sono avvicinato all'arte contemporanea.Io non ho fatto studi specifici - mi sono laureato in Lettere con una tesi su Marshall McLuhan - ma subito dopo la laurea ho cominciato a scrivere su un giornaletto locale in cui, per ritagliarmi uno spazio, tenevo una specie di rubrica in cui parlavo di mostre, di antiquariato, di collezionismo, perfino di design. Poi nel 1988 ho cominciato a recensire mostre per un quotidiano di Firenze e da lì è nato tutto. Ho cominciato a fare le mie prime mostre come curatore - una anche al Pecci di Prato -, a scrivere su riviste specializzate, ma gradatamente ho cominciato ad interessarmi di problemi teorici, di estetica, di teoria dell'arte ed è essenzialmente di questo che oggi mi occupo.








Artonweb: Ma continui a curare mostre, mi sembra…

Alessandro Tempi: Sì, ma solo di artisti che mi interessano veramente. L' "anomalia" forse sta anche in questo.

Artonweb: A giudicare da quello che scrivi, anche le tue teorie sono un po' "anomale"

Alessandro Tempi: Sono un critico che crede alla provvisorietà della propria funzione. Gran parte del nostro lavoro dovrebbe consistere nel portare il pubblico a non avere più bisogno di noi, ma questo, a dire la verità, nessuno lo vuole, né il pubblico, che delega volentieri ai critici la funzione interpretativa, né i critici stessi, per un'ovvia questione corporativa, si direbbe. Nessuno ama pensare che il proprio lavoro sia a termine.


A.: Cos'è che non va nel lavoro del critico?

A.T.: Quella del critico è una professione agnostica, nel senso che ti porta a parlare dell'arte senza mai porre in questione la sua esistenza. Mettendola in termini filosofici, possiamo dire che la funzione critica oggi fa molta paralogia e poca ontologia, ci offre ragionamenti e spesso sofismi intorno a qualcosa chiamata arte, ma non ci dice perché quel qualcosa è effettivamente arte. Per dirla in altri termini, non ci si preoccupa più se una cosa è arte, ma se fa arte. Così il fa arte è quello che abbiamo al posto dell'arte, vale a dire un surrogato al posto dell'opera, un ersatz, insomma. E questo va benissimo in una società come la nostra, dove regna l'esperienza vicaria, mediata, impersonale.

Il punto, però, è che tutta questa arte che circola oggi, alla fine, non è altro che "arte in più", come diceva Brian Eno, o arte "ininfluente", come dice Vattimo. Tanto è vero che non sposta di un millimetro i rapporti di forza di una società dominata dalla mercificazione, dalla sopraffazione e dal degrado. L'arte, questa arte, non riscatta la storia, semmai la inchioda alle sue sconfitte.

A.: Da che cosa nasce questo agnosticismo della critica?

A.T.: E' una storia lunga, che attraversa tutto il Novecento. E' la storia di qualcosa che prima non era arte e poi, con un semplice gesto di nominazione, di designazione, lo diventa. Allora il diventare sostituisce il creare. Non si dice più che una data cosa è arte, ma che diventa arte. L'arte insomma si trasforma in una qualità immateriale, un effetto di pensiero, uno spostamento insieme fisico e concettuale di qualcosa da un piano all'altro dell'esperienza. E' a questo punto che il lavoro dei critici diventa indispensabile. Solo che per svolgerlo, essi finiscono col dare per scontato che ciò di cui parlano sia arte. Smettono di porsi le domande fondamentali, diventano insomma agnostici.

A.: Il tuo sembra uno sguardo molto severo sull'arte di oggi.....

A.T. : Il fatto è che l'arte, durante il Novecento, è come se si fosse progressivamente esiliata dal mondo ed avesse scelto di sopravvivere in aree protette - i musei, le gallerie, il "sistema dell'arte" in generale - ma sostanzialmente avulse e impenetrabili. Questo è avvenuto perché l'arte ha perso il suo privilegio storico, quello di elaborare l'immaginario simbolico-visuale dell'uomo. E' fuor di dubbio, infatti, che oggi sono i mass-media i detentori del nostro immaginario. Dunque il problema dell'arte di oggi è la sua autoconservazione in un mondo saturo di segni e di immagini. Sono severo nel valutare i modi in cui l'arte di oggi cerca di affrontare questo problema. Molta arte di oggi mi pare semplicemente autoreferenziale e autoconservativa. Poi c'è quella che flirta con la cultura di massa, ma che finisce col ridursi a pura antropologia visuale.

A.: Insomma, a sentir te ci sarebbe poco da salvare…

A.T.: Ti parrà strano, ma vorrei che si tornasse ad un'arte più "pubblica", un'arte che osi pensarsi come costitutiva dello spazio ove l'uomo vive, al modo in cui lo era l'arte greca, insomma. E' l'idea dell' "abitare poetico" di Heidegger, in fondo. Si tratta di ritrovare il senso originario di un'arte che non si pensa come Arte, nel senso moderno del termine, che è un senso in qualche modo conflittuale - come nel Romanticismo, ad esempio - ma in relazione ad un'appartenenza all'universo della finitudine umana. Penso ad un'arte più confidente con l'uomo, più presente nella sua vita quotidiana, più integrata nei luoghi, coestensiva alla trama delle cose umana. Certo per far questo bisognerebbe che l'arte perdesse gran parte del suo apparato, del suo "sistema" così ben incastonato nell'economia capitalistico-consumistica e questo nessuno lo vuole, né gli artisti né i critici. Per questo, temo, rimarrò "anomalo" per molto tempo ancora.

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