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Ignazio Fresu, intervista
pubblicato il 1/06/2008
Eros Tetti intervista Ignazio Fresu
E. Tetti : Parlaci un po' di te da dove vieni chi sei e soprattutto perchè e come hai scelto l' arte e di voler essere un artista?

I. Fresu : Vengo dalla Sardegna dove sono nato, poi volendo continuare gli studi dopo il Liceo Artistico mi sono trasferito a Firenze per frequentare l’Accademia di Belle Arti e, come succede a tanti corregionali, una volta attraversato il mare ci si rende conto che un’isola è un’isola e, soprattutto, a quel tempo, vivere in Sardegna avrebbe limitato i miei interessi. In realtà non ho mai pensato di voler essere un’artista così come viene comunemente attribuito. Le opere che realizzo e che ho realizzato sono nate e nascono da un’esigenza indipendente, una necessità autonoma che nulla ha a che vedere con la “volontà” dell’essere artisti. In questo senso non sono stato io a scegliere l’arte ma ho sempre vissuto questo rapporto con naturalezza.

E.Tetti :Allora raccontaci meglio cosa intendi per " esigenza indipendente" che non dipende dalla volontà... Senti come una necesssità profonda? più forte di te?

I. Fresu :Questa esigenza nasce più che da uno stato d’animo, da una riflessione interiore che trova nella rappresentazione estetica la sua espressione.

E. Tetti: Ma entriamo più nello specifico, a mio avviso sei un bravissimo scultore che riesce a trasformare imballi, cartone e polistirolo in opere fantastiche. Spesso guardando le tue creazioni sento una forte spiritualità, sono opere forti e dignitose le tue. Raccontaci un po' di loro...

I.Fresu : Voglio innanzitutto chiarire che l’utilizzo di materiali quali imballi di cartone e polistirolo non nasce dall’esigenza di realizzare opere legate al riciclaggio fine a se stesso, così come generalmente viene attribuito a questa tipologia di lavori, ma il recupero di questi, sono un mezzo con cui appropriarsi di materiali “disponibili”, privi di costi e dalla forte pregnanza simbolica. Recuperare non significa riciclare, nell’idea di riciclaggio come fine, vedo una qualche forma di giustificazione, inclusa “l’assoluzione”, nei confronti di questa nostra società basata sul consumismo. D’altra parte il recupero di materiali riciclabili ed il loro riutilizzo determina l’appartenenza a questa area geografica, sociale e temporale, allo stesso modo con cui un’artista di un altro luogo o di un’epoca diversa, sceglieva i materiali a lui più idonei.
Questi materiali sono inoltre carichi di significati propri ed intrinseci legati al mondo in cui viviamo, sono icone della nostra epoca.

E. Tetti : Gli scarti e il consumismo, che tu definisci criticamente le icone della nostra epoca, le tue opere che spesso fanno riferimento ai filosofi pre-socratici soprattutto Eraclito, ci vuoi dire di più, rendici partecipi della tua visione del mondo, e che mondo vorresti?

I. Fresu : Il mondo che vorrei? Un mondo che non persegue la crescita del PIL come fine unico che determina una condizione di generale malvivere, lanciati, come siamo, in una folle corsa verso lo sfacelo globale.
Una vera e propria guerra tra nazioni che assume aspetti differenti dalle guerre tradizionali ma che ha conseguenze ben più catastrofiche e di più lunga durata. Una guerra che non potrà infine evitare di giungere a calpestare tutto e tutti, esaurire ed inquinare ogni risorsa, violare ogni diritto e dimenticare ogni dovere: diritti umani, diritto al lavoro, tutela dell'ambiente, pari opportunità, etc. etc... A causa del PIL siamo tutti indistintamente vittime e carnefici di un massacro, di uno sterminio globale. In questo senso s’inserisce la mia denuncia nei confronti degli scarti e il consumismo: icone della nostra epoca. Mentre il riferimento ai filosofi pre-socratici e soprattutto ad Eraclito, è in funzione di una riappropriazione dello spirito filosofico umano contrapposto al mondo circostante, patinato, plastificato, che ha assunto a modello l'apparenza ostentatamente esteticizzante, incapace, anche solo di ipotizzare, che tutte le cose sono temporanee. Attraverso il riferimento ai filosofi pre-socratici cerco di contrapporre al pensiero materiale espresso dalla società contemporanea, un’idea di “bellezza” insita nella fragilità, nella precarietà e deperibilità.

E.T. : Tutto si trasforma, tutto muta, io spesso quando ammiro le tue opere ( e dico ammiro non a caso) le sento cariche di una profonda dignità, le sento vive e la sensazione più forte mi scatta quando mi rendo conto che sono imballi... Non sto qui a chiederti cose troppo specifiche sulle tecniche che usi, ma vorrei sapere come ti senti quando crei e dopo quando guardi le tue "creature" quali sono i pensieri e quali sono i sentimenti?

I. F. : Mi fa molto piacere che i lavori che realizzo siano, a tuo dire, capaci in qualche modo di fornire una qualche emozione. Questo è per me di stimolo soprattutto in considerazione alle innumerevoli difficoltà in cui notoriamente gli artisti operano. Gli oggetti che trasformo nascono da un’idea a cui poi cerco di adeguare, inventandola di volta in volta, la tecnica più appropriata in grado di conformarsi all’idea. Si tratta di operare una ricerca continua attraverso materiali e soluzioni tecniche. Questo produce una tensione emotiva che dalla progettazione non termina se non alla disinstallazione dell’opera. Per esempio ho recentemente realizzato per la mostra “Fragile” che si è svolta a Siena all’interno del frequentatissimo “Cortile del Podestà” nel “Palazzo Pubblico”, un’installazione particolarmente “Fragile” e precaria, alta più di cinque metri e costituita da sei grandi “massi” apparentemente di pietra, sovrapposti uno sull’altro in modo incompatibile alle leggi della fisica. L’installazione scultorea mi ha impegnato attraverso numerosissimi problemi di carattere tecnico: partendo da dei comuni imballi di cartone, ho realizzato, una superficie alla vista ed al tatto molto simile alla pietra ma, al contrario di questa, estremamente leggera. Ho dovuto affrontare anche problematiche tecniche legate alla sicurezza, come rendere sufficientemente robusta l’installazione, avendo osato molto in termini di stabilità! L’opera ha resistito fino all’ultimo non senza procurarmi preoccupazioni a causa dei continui “attacchi” da parte dei numerosissimi visitatori che, incuriositi dall’installazione, oltre a fotografarsi in pose buffe ed inconsuete, per saggiarne la reale consistenza, non esitavano ad assestarle calci, pugni e spinte! Beninteso che sono particolarmente gratificato da questa interattività con il pubblico che considero fondamentale e che ricerco per tutte le mie opere. È questo il metro di giudizio che applico per le mie installazioni ed è per questo motivo che preferisco da sempre esporre in luoghi pubblici frequentati, piuttosto che in strutture specialistiche.

E.T. : Per chiudere questa intervista... cosa vorresti aggiungere? cosa vorresti far conoscere di te e del tuo mondo?

I. F. : Vorrei aggiungere qualcosa sul senso della mia ricerca artistica che s’incentra principalmente nel riconoscimento dell’intrinseca bellezza di ciò che è effimero, che non è più al vertice del suo apparire.
Esiste una bellezza che si manifesta sia negli equilibri precari sia nell’apparenza delle cose. Essa disvela la perennità del tutto. È una bellezza pura, non nichilistica, è l’anima di tutte le cose al di là del loro apparire. L’apparire, che nel pensiero Occidentale, attraverso la fede nel divenire, è nascondimento del volto autentico dell’essente, fede che nasce dall’indiscussa convinzione che il divenire sia un uscire dal nulla e un ritornarvi. In opposizione al nichilismo imperante, nella mia ricerca artistica considero la bellezza ciò che permane come sostrato del divenire, non solo come manifestazione di ciò che è mutato, ma nell’agire stesso del mutare. Pur incapaci di riconoscere un principio e una fine per ogni cosa, noi tutti, insieme all'universo intero, apparteniamo a questo moto dove ogni cosa si mostra soggetta al tempo e alla trasformazione, così che il Divenire s'impone come la sostanza stessa dell' Essere che a sua volta ci appare come il rinnovarsi di un ente che prima mancava di una caratteristica e in seguito l'acquista diventando forma. Così anche quello che sembra statico alla percezione sensoriale lo identifichiamo dinamico e in continuo cambiamento. In questo è possibile trovare una chiave di decodifica dell’uomo, il significato autentico della sua essenza: il divenire come identità del diverso, in altre parole elemento che unifica il molteplice. Il divenire somma di opposti che convivono nelle cose e continuano ad esistere anche una volta che non sono più percepibili.
L'intrinseca bellezza oggetto della mia ricerca, dunque, consiste in una nuova consapevolezza che le cose che non vediamo più, non sono improvvisamente entrate nel nulla ma sono semplicemente scomparse dall' orizzonte degli eventi. Continuano ad esistere in una dimensione che non è quella apparente ed è pertanto proprio in questo divenire che risiede l’eternità di tutto.


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