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Nicolas De Staël
di Alessandro Tempi
pubblicato il 14/06/2007
Un’icona francese del dopoguerra e non solo per l’aura esistenzialistica che la sua figura pubblica ha sempre emanato, ma soprattutto per l'autenticità della sua arte.
"Marine au cap", 1954
Negli anni Cinquanta New York visse il periodo d’oro dell’Espressionismo Astratto. De Kooning, KLine e Rothko erano le stelle dell’arte americana che stava trionfando. Ma anche a Parigi si viveva una sorta di boom postbellico, testimoniato dallo slancio di una nuova generazione di pittori e scultori. Uno di quest’ultimi – una meteora, come lo definì un critico – fu Nicolas de Staël. Ma l’impatto dell’Espressionismo Astratto fu così forte e rapido che già nel decennio successivo il collezionismo privato e museale americano si gettò avidamente sulla Scuola di New York.

Anche de Stael, come altri pittori francesi, cadde nel dimenticatoio. Paragonata a quella di altri artisti figurativi come Matisse o Giacometti, la pittura di de Staël faticò molto di più a venir recepita nel nuovo continente. Non di meno, alcune sue opere entrarono ben presto in alcune prestigiose collezioni, come quelle del MoMa di New York, di Paul Mellon, fondatore della National Gallery di Washington, oppure in quella di Duncan Phillips. Una mostra al Guggenheim nel 1965 consacrò definitivamente il successo statunitense di questo artista franco-russo.

Nicolas de Staël era infatti nato a San Pietroburgo nel 1914, da una famiglia nobile di origine baltica, ma legata ai de Staël ginevrini, che abbandonò la Russia all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre. Dapprima i de Staël si trasferirono in Polonia, dove il padre di Nicolas morì, poi a Bruxelles, dove il giovane ricevette la sua prima educazione. Ma Nicolas trascorse gran parte della sua gioventù a giro per l’Europa, prima di stabilirsi a Parigi nel 1938.
Nella Francia occupata, de Staël visse momenti assai difficili, ma già nel primo dopoguerra si era guadagnato una notevole fama ed una certa indipendenza economica che lo indusse, nel 1953, a trasferirsi a Ménerbes, nel sud della Francia. Morì suicida ad Antibes il 16 marzo 1955.
De Staël è oggi un’icona dell’arte francese del dopoguerra e non solo per l’aura esistenzialistica che la sua figura pubblica ha sempre emanato. De Staël era infatti un artista autentico: il suo cromatismo romantico e tuttavia sempre emotivamente controllato, il suo talento nell’impasto materico e nel tocco lievissimo lo ha reso un pittore di grande energia, ma mai esplosiva, anzi sempre contenutissima e perfettamente dominata da uno spirito in qualche modo ascetico.
Pittore dai molti formati, de Staël è un maestro del colore, col quale consegue una sua profondissima conquista della superficie pittorica, cui sa conferire quel volume e quell’espressività che ne sono il segno distintivo.

Il colore e la luce sono del resto i veri protagonisti nell’esperienza pittorica di de Staël e come nel caso di Klee, è dal Nord Africa (visitato a più riprese fra il 1936 ed il 1940, anno in cui prestò servizio nella Legione Straniera) che de Staël ne trasse le impressioni più indelebili. In luogo del disegno, il colore stesso diventò il fondamento dei suoi dipinti, il testo della sua esperienza sensibile.

De Staël visse gli anni in cui si consumava la diatriba fra figurativo del astratto. L’impossibile conciliazione fra i due termini pareva allora questione assoluta. De Staël si gettò con tutte le sue forze alla ricerca di una possibile soluzione, creando una pittura di pure forme che, come le idee platoniche, vivono fuori dal tempo, ma sono ugualmente concrete e materiche quanto può esserlo la vita stessa.




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