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A proposito di .......
di Alessandro Tempi
pubblicato il 1/04/2007
Preponderanza degli aspetti negoziali dell’arte, che è come dire le sue dinamiche di mercato, su quelli legati ai processi di significazione, quelli cioè che conferiscono la patente artistica all’opera.
Diciamocelo, era da un pezzo che le cose così icasticamente dette di recente da Pablo Echuarren – prima su Panorama, poi su Exibart.onpaper - erano nell’aria. Anche Enrico Baj si era pronunciato, non negli stessi termini ovviamente, ma nello stesso senso e perfino, se proprio vogliamo fare della filologia, Jean Baudrillard nel suo snello ma indispensabile libretto sulla “Sparizione dell’arte”, che risale se non sbaglio alla fine degli anni Ottanta, seguito da Antoine Compagnon con i suoi “Cinque paradossi della modernità” all’inizio del decennio successivo.

Ora arriva anche un saggio piuttosto ponderoso, ad opera di Alessandro del Lago e Serena Giordano, che riconosce la soverchia preponderanza degli aspetti negoziali dell’arte, che è come dire le sue dinamiche di mercato, su quelli legati ai processi di significazione, quelli cioè che conferiscono la patente artistica all’opera.

La cosa non è nuova, naturalmente. Storicamente l’arte moderna, a partire dagli Impressionisti, nasce insieme al mercato, nel senso che le strutture negoziali – circuitali, come dicono Del Lago e la Giordano, o sistemiche, come si usa dire in ambito accademico- si sviluppano proprio per vendere i Moderni. L’arte moderna è insomma una creazione di mercanti illustri e potenti come Durand Ruel, Kahweiler, Vollard, Rosenberg e, per venire più vicini a noi, Castelli. Senza questi signori, senza la loro sagacia, il loro fiuto, il loro potere, il più degli artisti del Novecento sarebbero rimasti senza lavoro.

Quindi, il demone della mercificazione è innato, nell’arte del XX secolo. Gli attuali estremi del fenomeno – i giochini denunciati da Echaurren, per intenderci – sono le conseguenze della sua ipertrofia di sistema, o, come usano dire altri, della sua autoreferenzialità. E non c’è da stupirsene, tutti i sistemi funzionano in questo modo: oltre una certa soglia, essi invertono le loro proprietà e si occupano più della propria riproduzione che non di corrispondere a finalità virtuose. In questo, il mondo dell’arte non fa che riflettere il resto del mondo, con buona pace di chi crede che l’attuale sistema funzioni anche come meccanismo di selezione qualitativa.

In realtà, nel sistema vige un pressoché totale agnosticismo, nel senso che vi si parla di – e vi si negozia, soprattutto - arte senza mai porre la questione della sua esistenza. Ciò che i critici, ma non solo loro, ci ammanniscono sono spesso sofismi intorno a qualcosa chiamata arte, ma non ci dicono perché quel qualcosa è effettivamente arte. Per dirla in altri termini, non ci si preoccupa più se una cosa è arte, ma se fa arte. Così il fa arte è quello che abbiamo al posto dell’arte, vale a dire un surrogato al posto dell’opera, un ersatz, insomma. E questo va benissimo in una società come la nostra, dove regna l’inautenticità, la banalità, l’esperienza vicaria, mediata, impersonale. Nella quale, in fondo, va benissimo che circoli tutta questa “arte in più”, perché essa è e rimane sostanzialmente ininfluente, tanto è vero che non sposta di un millimetro i rapporti di forza di un mondo dominato dalla mercificazione, dalla sopraffazione e dal degrado.

Bibliografia

-· Jean Baudrillard, La sparizione dell’arte, Politi, 1988
-· Antoine Compagnon, I cinque paradossi della modernità, Il Mulino, 1993
-· Michael C. Fitzgerald, Making Modernism: Picasso and the Creation of the Market for Twentieth Century Art, University of California Press, 1996
-· Robert Jensen, Marketing Nodernism in Fin der Siecle Europe, Princeton University Press, 1996
-· Enrico Baj, Paul Virilio, Discorso sull’orrore dell’arte, Eleuthera, 2002

 

Nella foto, ""Chico con pipa" di Pablo Picasso, battuto all'asta da Sotheby's per la cifra record di 104 milioni di dollari.




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