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Riccardo Ianniciello, dipinti
pubblicato il 29/09/2019
Una pittura in delicato equilibrio tra una visione del mondo sostanzialmente metafisica ed al tempo stesso saldamente materica.
L’autore si racconta:

La mia passione per la pittura va di pari passo con quella della scrittura: risale all’adolescenza la forte attrazione per l’arte pittorica, l’inizio incerto e a piccoli passi e l’esecuzione dei primi paesaggi ad olio, una passione cresciuta nel tempo ma caratterizzata da fasi alterne, con periodi più o meno lunghi di quiescenza creativa, se così possiamo definirli.

Il mio stile non si presta a facili catalogazioni e dunque a precisi criteri artistici in quanto i miei dipinti sono ispirati dall’estro del momento: talvolta sento di realizzare quadri più realistici, altre volte mi ispiro al simbolismo sintetista di Emile Bernard e di Paul Gauguin oppure ricerco forme impressioniste e postimpressioniste in particolare rifacendomi alla grande lezione stilistica di Cèzanne.

In questo senso credo che la pittura non debba rappresentare fedelmente la realtà, altrimenti ci troviamo di fronte a un surrogato della fotografia, a mero virtuosismo pittorico, piuttosto la deve interpretare in chiave personale e soggettiva.
L’arte è astrazione, non bisogna dipendere troppo dalla natura, tentando di imitarla, occorre dipingere ciò che si sente affidandosi alla propria immaginazione: se un prato sento di farlo rosso è quel colore che userò, così come per gli oggetti che potranno assumere forme stilizzate, astratte. Talvolta sono attratto dalla semplificazione estrema delle forme, dai colori puri e compatti, altre volte ricerco le sfumature, gli effetti cromatici dei colori resi di getto sulla tela sotto il flusso di potenti impressioni sensoriali.

Si parla di arte quando un’opera riesce a trasmettere e a infondere suggestioni profonde che sovrastino i confini angusti del gusto personale e diventano un universale sentire. Uno scheletro umano (in vetroresina, ferro e polistirolo) lungo 24 metri di un Dominicis, benché abbia avuto il beneplacito di Vittorio Sgarbi, quali valori artistici universali trasmette? Ci troviamo di fronte a un’opera d’arte o a una provocazione costruita ad arte?

Il fatto che mi occupo di critica d’arte e contemporaneamente dipingo credo sia un valore aggiunto: conoscendo la materia pittorica meglio comprendo l’arte pittorica. In altre parole la pittura la si comprende meglio se ci siamo sporcati le mani, se conosciamo concretamente le tecniche che andiamo ad analizzare.
Non dipingo en plein air ma faccio foto ovunque mi trovi cercando di cogliere la poesia della natura ma anche fissare volti e figure che trasmettono particolari sensazioni e suggestioni: queste foto costituiranno il materiale dal quale in studio trarrò i soggetti dei miei dipinti. Quello che ricerco è l’architettura rurale che si inserisce armonicamente nella natura che rimanda a un passato dove c’era un rapporto più a misura d’uomo, non fosse altro per mancanza di beni materiali che obbligavano a una vita più semplice. La stessa scelta dei materiali da costruzione era costituita da ciò che si trovava in natura, dunque pietre, tufo, legno, per cui abbiamo case che sono in un certo senso un’ appendice naturale e non vanno a deturpare il paesaggio. Un borgo che conserva ancora la sua impronta medievale è un patrimonio architettonico di incommensurabile valore che dobbiamo preservare a tutti i costi anche attraverso la memoria pittorica.

Non solo nell’architettura ma anche nelle figure umane ricerco un’armonia perduta: in una realtà dove la bellezza femminile è sempre più sfacciata e volgare cerco di cogliere in un volto di una donna il senso di riservatezza, di una sensualità non sbattuta in faccia che possiamo leggere negli occhi abbassati ma non sottomessi, in una camicetta appena sbottonata, nella posizione del corpo e del viso che inviano messaggi ben precisi. La stessa postura può indicare dignità, consapevolezza della propria fascinazione femminile e dunque potente arma seduttiva. E’ quello che cerco di fissare sulla tela.

I miei dipinti tratteranno non solo dell’umile vita dei campi ma anche, per esempio, delle condizioni disumane di vita nelle carceri italiane o di quelle dei moderni schiavi: l’esercito di immigrati  sfruttato in tante aziende lager nel sud Italia. Una pittura di denuncia per scuotere coscienze e sensibilizzare a temi mai adeguatamente affrontati da chi di dovere.

Riccardo Ianniciello

riccardo.ianniciello@yahoo.it

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"Cet arbre, vous le voyez vert ? Mettez donc le plus beau vert de votre palette. Et cette ombre plutôt bleue ? Peignez-la aussi bleue que possible.”: questa frase attribuita a Paul Gauguin potrebbe essere la traccia per approcciarsi alla lettura delle opere di Riccardo Ianniciello, tutte, sia i ritratti che i paesaggi, in delicato equilibrio tra una visione del mondo sostanzialmente metafisica (“l’arte è astrazione” dichiara lo stesso autore) ed al tempo stesso saldamente materica, fatta di “pietre, tufo, legno”, solida come i sassi dei casolari rurali, le inaccessibili pareti rocciose delle coste, i paesaggi silenziosi dove la mancanza di ogni presenza umana  introduce un senso di solitudine, di pace ed anche di sottile inquietudine.

Pur nella solida matericità della rappresentazione, le case, che curiosamente non hanno finestre, non proiettano ombre, a sottolineare, forse, che il racconto, più che in luoghi fisici, si svolge in luoghi della mente dove confluiscono ricordi, impressioni, emozioni, l’immaginario visivo creato dalle innumerevoli foto raccolte nel tempo che solo l’artista in prima persona riesce a rievocare pescando anche  dal proprio inconscio.

La versione spaziale in cui si colloca la narrazione è infatti uno spazio  prima di tutto psicologico, costruito attorno al racconto per bloccarne un momento particolarmente significativo che non potrebbe esistere in alcun modo diverso da quello.
Quella di Riccardo Ianniciello è una pittura antinaturalistica che estrae dalla realtà solo ciò che è essenziale alla narrazione del racconto, ed antiprospettica nel superamento delle regole e delle costrizioni della gabbia prospettica, del punto di vista fisso, dell’ingannevole tridimensionalità dello spazio cartesiano, una pittura forte nei cromatismi decisi e nella precisa definizione segnica, che predilige la bidimensionalità così come è bidimensionale il supporto in cui avviene la rappresentazione pittorica.

Molti i riferimenti, le suggestioni e le citazioni culturali, fra tutti Paul Gauguin e la scuola di Pont-Aven , e poi Emile Bernard, Claude  Monet, Jean-Francois Millet, Paul Cezanne e le sue sperimentazioni sulla molteplicità dei punti di vista, Pablo Picasso che annulla il rapporto prospettico dello spazio-tempo per attingere ad una nuova dimensione.
Le mietitrici curve nel gesto della raccolta, le donne sedute prive di tratti somatici per meglio celarsi ad ogni tentativo di relazione, le composte protagoniste dei ritratti in nero sono enigmatiche figure  che ci guardano da un mondo misterioso, forse perduto per sempre, dove per accedere bisogna chiedere il permesso.

Ed entrarci in punta di piedi, per non disturbare.

Vilma Torselli

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