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URBATETTURA ORGANICA
SU NURAXI

di Mariopaolo Fadda
pubblicato il 10/06/2011

Fu Lao Tze, mezzo millennio avanti Cristo, il primo che io sappia ad affermare che la realtà di un’edificio non risiede nelle quattro pareti e nel tetto, ma nello spazio racchiuso, nello spazio in cui si vive…
Frank Lloyd Wright

Ciò che Lao Tze affermava cinquecento anni prima di Cristo, la civiltà nuragica lo aveva già messo in atto a partire dal XVI secolo a.C. in quelle costruzioni ancora avvolte nel mistero che sono appunto i nuraghi.

Sono oltre sette mila quelli rilevati in tutta la Sardegna, furono costruiti in un periodo che va dal 1500 al 500 a.C. e su di essi esiste ormai un’abbondante letteratura anche se tra gli studiosi non esiste nessun accordo né sul significato etimologico del termine né tantomeno sulla loro funzione. Sull’etimologia, curiosa un’interpretazione che farebbe derivare il termine nuraghe dalla radice preindoeuropea nur che avrebbe, contemporaneamente, due opposti significati: “ammasso” e “cavità”. Per altri significherebbe, dal sumero nuraaakki, “lo splendore del santuario”. Per altri ancora deriverebbe dal babilonese nuhar, “high temple, ziggurath”.

Sulla loro funzione le ipotesi, fino alla messa in luce de Su Nuraxi (termine sardo per nuraghe) a Barumini, erano vaghe. Giovanni Lilliu, l’archeologo dello scavo, si fa portavoce di una tesi abbastanza decisa: quella militare. A suo parere infatti, il complesso nuragico avrebbe avuto una funzione strettamente militare simile a quella della cittadella medievale arroccata intorno al castello. L’architetto Mario Coppa, non sembra convinto e sostiene che il nuraghe fosse usato per una molteplicità di funzioni da parte di una o più famiglie. Il linguista Massimo Pittau sostiene invece che i nuraghi erano puri e semplici luoghi di culto.

Per il glottologo Salvatore Dedola, l’ipotesi militare, che da Barumini in poi domina sovrana, fa a pugni con logica: “I nuraghi in Sardegna sono (furono) almeno diecimila, e come strumenti difensivi sarebbero un numero enorme. Accettarli come fortezze significa che i pochissimi Sardi dell'epoca (gli storici e gli antropologi hanno supposto non più di 300.000 anime) avessero costruito un nuraghe per ogni 30 persone...per erigere un nuraghe non bastano 30 persone (delle quali peraltro metà sono bambini, l'altra metà va spartita tra uomini e donne, e poichè le donne avevano altro da fare, ad erigere il nuraghe avrebbero lavorato non più di sette uomini). Altro assurdo: ogni nuraghe copre mediamente un territorio non più ampio di 3 chilometri quadrati, che sarebbe lo spazio vitale di ogni tribù di 30 persone... pari a sole tre famiglie! Un assurdo affastellamento di torri difensive... I nuraghi non furono castelli ma altari. Il popolo Shardana non fu mai in guerra intestina d'annientamento, ma fortemente coeso. Riuscire a costruire una pletora incredibile di altari d'una perfezione architettonica assoluta presuppone una fortissima unità di popolo. Gli Shardana erano così religiosi, che s'aiutarono l'un l'altro ad erigere queste prodigiose torri, che da quasi quattromila anni sfidano il vento e l'insipienza degli interpreti”. (1)

Ragionamento ineccepibile ed ipotesi convincente che però complessi come Su Nuraxi sembrerebbero smentire quasi totalmente. Ma ciò è dovuto al fatto che per decenni si è radicata nella mente degli studiosi, influenzati da Lilliu, l’ipotesi della fortezza, della cittadella militare. Non si può escludere una conversione d’uso, nel tempo, ma l’ipotesi dell’origine religiosa resta quella più attendibile.

Su Nuraxi è una forma di nuraghe complessa, costituita da un torre centrale, da un organismo quadrilobato con torri, da un cortile, da uno spesso muraglione che racchiude il quadrilatero e da un villaggio di capanne. La sua edificazione si dipana per dieci secoli (dal XVI al VI secolo a.C.). La prima fase è la costruzione della torre principale tronco-conica articolata in tre piani (oggi ne rimangono solo due) che raggiungeva i 18.60 metri d’altezza. L’accesso era orientato a sud per catturare più luce possibile per gli interni altrimenti bui. In un periodo successivo furono costruite quattro nuove torri, alte 14 metri, localizzate secondo i punti cardinali che diedero al complesso una forma quadrilobata lasciando aperta un’area a mezza luna dove era localizzato il pozzo d’acqua potabile. L’ingresso a quest’area avveniva dalla parete esposta a sud-est. Nella terza fase fu costruito un muro, dello spessore di tre metri circa, intorno al mastio, probabilmente per rinforzarlo. Nello stesso periodo furono costruite le prime capanne intorno al complesso ed in epoca successiva, la quarta fase, ne vennero aggiunte altre.

Visitando il complesso, ciò che cattura immediatamente l’occhio, a parte il carattere ciclopico, è il predominio incontrastato di quella linea che Lilliu chiamava “curva globale”. Antoni Gaudì gli avrebbe attribuito un valore divino (“la retta è la linea dell’uomo, la curva è la linea di Dio”), Wright l’avrebbe annoverato tra le opere organiche.

Camminando lungo le strette viuzze del villaggio ci si rende subito conto che non esiste un ordinamento urbanistico precostituito né leggi compositive, ciò che prevale è l’indivualità della singola struttura sull’insieme corale. “… un modo di frantumare corrispondente all’etica tribale volta a dissociare l’abitato in microcosmi familiari” (B. Zevi). Le capanne più antiche erano monocellulari, costituite cioè da un unico ambiente, mentre quelle più recenti appaiono più articolate e pluricellulari.
Tra le strutture monocellulari spiccano la camera ovale (zz) (in basso nella foto) attribuita al capo e la cosiddetta “capanna delle riunioni” (80) (in alto nella foto) dotata di un sedile circolare che corre lungo tutto il perimetro e di nicchie alle pareti. Tra quelle pluricellulari di rilievo il complesso (20) che contiene una serie di camere che prospettano su un passaggio comune ed un ambiente circolare dove si praticava probabilmente un rito connesso al culto delle acque.
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