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Christo Javacheff,"Valley Curtain"
di Vilma Torselli
pubblicato il 7/05/2007
Impacchettare la realtà per esaltarne il valore oggettuale ed ambientale attraverso la sottrazione, nel gioco ironico tra ciò che non esiste e ciò che sappiamo esistere, ma che ci è negato di vedere.
Christo Javacheff (1935), che svolge la sua attività con la moglie Jeanne Claude de Guillebon, esordisce nell'ambito del Nouveau Réalisme con il quale condivide l'attenzione all'oggetto d'uso comune, di matrice Dada, sul quale esercita la sua azione trasformatrice, decontestualizzandolo e decretandone così la nuova identità di creazione artistica.
Inizialmente, Christo focalizza la sua attenzione ed i suoi interventi di impacchettamento su piccoli oggetti, bottiglie, lattine, sedie, con un progressivo aumento di scala che lo porterà ai monumentali impacchettamenti (il primo, "Wrapped Objects", è del 1958) di interi edifici, zone cittadine, parti di paesaggio naturale (come in questa "Valley Curtain", Colorado, USA, 1971), intere scogliere o aree di deserto, nell'evoluzione di un discorso nel quale è evidente che ciò che cambia non è solo la scala dimensionale, ma la filosofia dell'approccio ad un concetto di arte che egli costruisce da anni con immutata passione e coerenza, autofinanziando i suoi progetti senza ricorrere a finanziamenti nè pubblici nè privati.

La tecnica di Christo è del tutto particolare ed unica, consistendo in impacchettamenti realizzati, per sua stessa definizione, col "coprire con fogli di plastica e legare con corde oggetti comuni come le sedie, i tavoli, le scatole e altro, oppure grandi monumenti, come palazzi, ponti, oppure intere fette di paesaggi naturali, come valli, colline, scogliere", spostando l'attenzione dall'oggetto all'uomo ed all'ambiente che entrambi contiene, approdando ad una sua forma tipica di Land Art con opere di grande impatto paesaggistico: le realizzazioni sono precedute da minuziosi studi sulle mappe del territorio e su fotografie dell'ambiente, protagonista unico del lavoro dell'artista, addivenendo a risultati plastici e pittorici veri e propri.
Sono di grande incidenza le implicazioni su un piano essenzialmente architettonico, come rileva Pierre Restany, teorico del Nouveau Réalisme, quando scrive che " ....in un momento in cui l'architettura conta troppi ingegneri o uomini d'affari e non abbastanza poeti, Christo fa parte di questi artisti che assumono il rilancio immaginativo di questo campo".

L'impacchettamento, che vuole essere anche un invito alla conservazione di monumenti, opere ed ambienti, è l'ironico espediente usato per esprimere il dissenso verso una società dei consumi che tende a distruggere o comunque ad assegnare maggior valore al contenente piuttosto che al contenuto, una società intellettualmente superficiale per la quale l'architettura, quella costruita dall'uomo e quella ambientale, generata dalla natura, intese come strutture entro le quali l'uomo vive ed agisce, sono una realtà che generalmente viene data per scontata: Christo ci obbliga a guardarla con occhi nuovi quando la esclude alla nostra fruizione, la impacchetta celandola al nostro sguardo e, paradossalemente, la mette in risalto attraverso un processo negativo che ne sottolinea la mancanza, la privazione, la sparizione, il contrario dell'apparenza.

La sottigliezza del gioco di Christo è tutta qui, nella differenza fra ciò che non esiste e ciò che sappiamo esistere, ma che ci è negato di vedere: la chiave di lettura di un procedimento artistico siffatto è chiaramente, inequivocabilmente ed inevitabilmente concettuale, senza alcun interesse per la forma definita. La rappresentazione effimera, provvisoria, la struttura fluttuante della lunga tela arancione nell'opera presentata (dove la plastica è sostituita da un tessuto di forte impatto cromatico) hanno valore per sé stesse, non è nelle intenzioni dell'artista produrre alcunchè, ma solo documentare a posteriori che qualcosa è avvenuto, inducendo soprattutto ad immaginare ciò che sta dietro quella tenda e che, momentaneamente, è stato escluso dal panorama d'insieme.
Lo sforzo immaginativo imposto transitoriamente all'osservatore dall'intervento dell'artista diviene così metafora del legame organico e simbiotico tra l'uomo e l'ambiente, tra l'individuo ed il suo contesto, ad affermare l'indissolubilità di un rapporto di reciproco condizionamento che deve rispettare le esigenze e la libertà di entrambi: questo è il messaggio simbolico nascosto dentro ogni impacchettamento, un gesto appropriativo che, per contrasto, equivale anche ad una denuncia della negazione della libertà da parte dell'uomo nei confronti della realtà (degli oggetti, dell'architettura, della natura), mascherata e occultata da costrizioni forzate.

link:
Christo Javacheff e il fantasma dell'architettura

* articolo aggiornato il 10/05/2014


DE ARCHITECTURA
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