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Moma o non moma?
di Vilma Torselli
pubblicato il 28/02/2006
"Quel che al mondo ascolta più stupidaggini è forse un quadro in un museo" (Edmond de Goncourt, Idee e sensazioni, 1866)








Paola Antonelli, curatrice del Dipartimento di architettura e design del Museum of Modern Art parla di "un minimalismo soltanto di superficie: in realtà lo stile di Taniguchi è ricchissimo e pieno di calore. Da oggi al nuovo Moma l'architettura è completamente in funzione dell'arte. E questa sarà una caratteristica che ci differenzierà in maniera ancora più netta da molti altri musei": dal canto suo Yoshio Taniguchi, vincitore del concorso per la ristrutturazione del MOMA di New York davanti a molti concorrenti di primissimo ordine quali Bernard Tschumi e Rem Koolhaas dichiara : "Non ho cercato di creare soltanto un edificio fisico, ma ho voluto progettare un ambiente con dentro oggetti e persone".

Le due esternazioni possono voler dire la stessa cosa vista da due angolazioni diverse o due dizioni complementari di concetti non opposti, ma integrabili.
La prima affermazione può voler dire che lo stile Gehry è arrivato al capolinea e che l'arte recupererà il suo posto nei luoghi in cui gli stentorei assoli di fantasiose primedonne dell'architettura saturavano col loro frastuono le capacità percettive degli osservatori, la seconda può voler dire che, tuttavia, il nuovo MOMA non sarà un pomposo sacrario dell'arte né un autoreferenziale museo di sé stesso, ma uno spazio duttile, flessibile, polivalente, punto di riferimento non solo urbanistico, fulcro di una rete di relazioni, medium tra vita e cultura, tra culture diverse, tra linguaggi differenti, quello artistico, quello architettonico, quello sociale, quello storico, sintesi tra "il luogo fisico, gli oggetti in esso contenuti e i molteplici nessi che li collegano l'uno all'altro". (Alessandro Coppellotti)

E' il museo modernamente inteso come public architecture, specchio della molteplicità delle interrelazioni umane, spazio di aggregazione comunitaria, memoria storica di un contesto sociale del quale preserva la specificità e la riconoscibilità culturale e perciò in grado di riqualificare la vita relazionale del contesto socio-urbanistico di gravitazione.

Sempre Taniguchi afferma: "Se raccogliete molti soldi, vi darò una buona architettura, ma se ne raccogliete ancora di più, la farò scomparire" dove quella 'scomparsa' significa, probabilmente, proprio la rinuncia ad ogni bulimia formale per un'architettura aperta e penetrabile non solo in senso materiale, che integri in reciproco rispetto e senza prevaricazione contenente e contenuto.
Jean Tinguely, nella sua ricerca ironica, satirica e ludica attorno alla tecnologia ed alle sue assurde pretese di razionalità, scrive: "J'ai même imaginé des machines qui cassent les murs des musées"
Sono forse gli stessi muri 'scomparsi' di Taniguchi, quelli che Tinguely voleva abbattere?
Già nel secolo scorso Edmond de Goncourt, dalla sua villa-museo di Auteuil, con tagliente sarcasmo e con la libertà mentale di un intellettuale di impressionante modernità scrive: "Voglio che ai miei disegni, alle mie incisioni, ai miei oggetti, ai miei libri [……] sia risparmiata la gelida tomba di un museo e lo sguardo vacuo di un passante indifferente….." ("La maison d'un artiste", 1881), schierandosi contro la concezione ottocentesca del museo-contenitore, il museo-tempio, custode di intoccabili valori culturali ufficialmente riconosciuti che vanno protetti, preservati e trasmessi, spazio autosufficiente che esclude ogni relazione dell'opera d'arte con il mondo reale, le conferisce valore assoluto, la rende parametrabile solo a sé stessa, in completa autonomia, separata dalla vita, appartenente al museo.
Secondo questo concetto, il museo a cui è affidato il compito di collezionare-conservare-esporre è una struttura ermeneutica a conduzione totalmente autoreferenziale, deputata alla trasmissione di una cultura organizzata ed elaborata secondo principi ordinativi aprioristicamente codificati, ufficialmente autorizzata a gestire e dispensare i saperi attraverso una serie di reliquari archivistici e depositi istituzionalizzati: come scrive Robert Harbison, poiché "L'esito ricercato dai musei è la fine del cambiamento", per accedere al museo-mausoleo l'oggetto deve morire.

E' evidente quanto obsoleta sia oggi, nell'epoca della comunicazione, questa impostazione monodirezionale, che non tiene conto del fatto che la trasmissione di dati, informazioni, cultura, non ha efficacia se non si tiene parallelamente conto di monitorare la correttezza della loro ricezione e decodificazione da parte dei destinatari, in una continua ricombinazione della pluralità delle visioni in perenne mutamento e scambio dinamico.
E' inevitabile ricordare a tal proposito le straordinarie intuizioni di Andrè Malraux ed il suo avveniristico concetto di 'museo immaginario', nel quale, abolita ogni staticità, l'arte vive in funzione delle relazioni e dei mutamenti in uno spazio (mentale) in continua evoluzione.

Il MOMA, nelle dichiarazioni del suo direttore Glenn D. Lowry, che promette per il futuro convegni, dibattiti, corsi didattici, mostre tematiche, si vuole proporre come museo-laboratorio con ruolo di potente mediatore culturale, nell'intenzione di catturare il massimo bacino di utenza, sfruttando le strutture in maniera ottimale sia in termini di tempo che di funzioni, facendone uno spazio condiviso per gli uomini e per l'arte in dialogo reciproco, in dialettico confronto, perché nell'arte l'uomo si rispecchi leggendovi la propria storia.

Per questa via, almeno nelle premesse programmatiche, il MOMA si allinea nella direzione dell'evoluzione più recente del ruolo sociale e divulgativo degli enti museali aperti e dinamici, veri e propri operatori culturali produttori e diffusori del sapere non solo artistico, anche scientifico, storico, umanistico.

link:
Gli ottant'anni del MOMA
La nuova identità antropocentrica dello spazio museale

Il MOMA di New York


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


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blog di Nicola Perchiazzi
 







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Lucian Freud,
"Reflection" (self portrait)

 

 
 

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