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Testi di Vilma Torselli su "Antithesi", giornale online di critica d'architettura.
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Ready-made, cheapscape, junkspace…... ma che sarà mai?
di Vilma Torselli
pubblicato il 16/04/2007
"La percezione dei sottintesi enigmatici dell'oggetto libera fantasmi nascosti in esso, che kafkianamente occhieggiano e avanzano verso di noi ... oppure affranca dalla loro materialità il contenuto fantastico delle cose più semplici e dimenticate nella mente." (Ave Appiano)

L'ultima frontiera dell'arte moderna e di molta architettura contemporanea sembra identificarsi in una serie di termini di significato convergente che, dai primi decenni del '900, percorrono trasversalmente tutte le discipline visive: sono ri-uso, recupero, riciclaggio, degli oggetti, ma anche delle immagini e delle idee, in una poetica dello scarto di matrice apparentemente popolare, in realtà meditatamente intellettualistica, secondo il concetto che ovunque, anche negli ambiti più squallidi ed ignobili, nei rifiuti e negli scarti si possa trovare una nuova forma di bello estetico in grado di contrapporsi alle definizioni culturali ufficiali.
il risultato è che mai come oggi il brutto, il reietto, la dissonanza, lo stridore, la deformazione sono divenuti sinonimi della vera bellezza artistica .

Molti i filoni innestati sul tema del ri-uso, all'interno di un vasto ambito espressivo in cui l'uomo si confronta con sé stesso e con la sua parte più oscura. Linguaggio della quantità che non indugia in valutazioni vuotamente estetiche, indifferente alla possibilità di produrre ex novo un oggetto artistico o una forma architettonica, il ri-uso attiva la capacità di scegliere tra ciò che già esiste, celebra l'apoteosi del minimalismo, denuncia un sistema evolutivo che produce oggetti o spazi non più in funzione di reali necessità, ma del delirio consumistico di una società che chiede di chiedere e, soprattutto, è, o vuol essere, un approccio "morale" agli inconvenienti della surmodernité.
Per tracciare una storia recente del rifiuto, forse basta ricordare Rauschenberg e Johns e la loro celebrazione dello scarto, o Arman e i suoi caotici accumuli di pattume, o César e le sue compressioni di scarti e trovare le radici di un rapporto con l'oggetto quasi animistico, chiave di lettura di tutto ciò che ci circonda, le presenze quotidiane, banali ma non per questo anonime ed insignificanti, degli oggetti che fanno parte della nostra vita o che da essa abbiamo scartato, "feticci ragionevoli", per citare Pierre Restany, in dialogo attivo con la nostra interiorità.

"L'uomo ha "fatto i conti" con i rifiuti da lui stesso prodotti sin dai tempi più antichi. Ma mai come oggi la sua esistenza è assediata, minacciata, costretta dai suoi stessi scarti. Scarti materiali, ma anche rifiuti umani, esseri emarginati, poveri derelitti. Il rottame (in senso lato) è elemento di un'estetica alla quale siamo ormai talmente abituati da non percepirla più come tale. L'estetica della rovina, dell'incolto, dell'abbandono, tramutata col tempo nell'estetica della discarica e di chi la "abita". Non a caso proprio negli ultimi decenni l'etica e l'estetica del rottame sono divenuti fondamenti d'arte e di ideologia." (Ave Appiano , "Estetica del rottame", 1999, edizioni Meltemi).
Il tema può ingenerare non pochi equivoci e critiche, in una società dove "In assenza di valori forti, non rimane che mettere in mostra la volgarità del quotidiano….." (Giulio Ferroni, docente di Letteratura Italiana all'Università La Sapienza di Roma), poiché si presta facilmente a fare da alibi ad un'arte che, esaurita ogni possibile ricerca intorno all'ordinario, impantanata nelle secche di una ormai lunga crisi creativa, ha deciso di scendere tra i rifiuti e, come l'architettura, recuperare lo scarto, l'inutile, l'obsoleto, tutte e due rovistando nel degrado alla ricerca della perduta ispirazione: e paradossalmente, questo riciclaggio del vecchio ready made duchampiano diventa, in qualche modo, un recupero esso stesso della tradizione, del già visto o già fatto, da ultimo dalla pop art, proprio nel momento in cui viene proposto come novità.

Riciclato, è il caso di dirlo, il neologismo nel più accattivante, anglosassone cheapscape (tradotto letteralmente: panorama scadente, paesaggio povero), il ri-uso, il recupero del rifiuto costituisce la cifra fondamentale di molta architettura contemporanea, inteso sia come riabilitazione di strutture obsolete che come riqualificazione di contesti urbani degradati. E' così che prevalgono, in una società carente di riferimenti culturali e di fonti ispirative, la retorica e "la poetica della discarica", secondo le quali stracci, cartoni, lamiere, scarti, riciclaggio, rottamazione sembrano costituire una sorta di valore aggiunto per tante realizzazioni di incerta valutazione, poiché "le regole del gioco sono state orchestrate in modo da far apparire individualista, asociale, egoista chi non entra nella logica della rottamazione, e da far apparire all'opposto progressista, evoluto e socialmente sensibile chi la condivide".(Ave Appiano, idem) ".
Cosicché il rifiuto, accuratamente stravolto ed integralmente rivisitato sia nella funzione che nella forma, "scarto riabilitato" sottratto alla sudditanza dell'identità della quale bisogna cancellare ogni traccia per farne altro, si ammanta oggi di valori morali per la possibilità di educare a consumi più intelligenti.
Appurato che giova sfruttare demagogicamente un filone di moda, collegandolo, sul filo di un abusato moralismo ambientale, al problema dell'inquinamento e della sovraproduzione di beni di consumo per un mercato ormai giunto alla saturazione, produttore non più di progresso ma di eccesso, i risultati non si sono fatti attendere.

E' infatti sulla scia di questo diffuso spirito pauperista che un piccolo progetto di ampliamento di residenza unifamiliare attuato in California da uno sconosciuto architetto americano di origine ebraica, ex camionista e scultore di modestissima fama e dubbio valore che non esita ad esibire, per necessità, per snobismo, per ironia, tutto il repertorio del backyard americano, fa gridare al miracolo:
"Cosa fa l'architetto americano? Compra una casetta anonima nell'anonimo suburbio di Los Angeles e la stravolge spazialmente con una semplice aggiunta utilizzando in modo inaspettato pannelli di lamiera ondulata, rete metallica, pannelli di compensato al naturale cioe' tutto il repertorio dei materiali che i vicini utilizzano casualmente ed inconsapevolmente." (così su Antithesi, commento 404, del 5/9/2003, Mariopaolo Fadda) , dando il via ad "una delle più convincenti tappe nella conquista di una nuova frontiera: il grado zero del linguaggio architettonico." , così scrive lo stesso autore nel suo libro "Walt Disney Concert Hall di Frank O. Gehry", forse perdendo di vista il fatto che è relativamente facile scendere al grado zero, lo hanno fatto quasi tutte le avanguardie del '900, più difficile risalire.
Comunque, dopo questo esordio, è cheapscape l'abbandonato appezzamento di terreno su cui sorgerà il Guggenheim di Bilbao, è una fatiscente fabbrica dimessa il nucleo attorno al quale si svilupperà il MARTa di Herford...........

L'estetizzazione del "junkspace", se vogliamo tirare in ballo Koolhaas, o del più squallido dei non-luoghi, se preferiamo riferirci a Augé, insomma del mediocre, dello scarto, del rimediato, anonimo e privo di valore, di ciò che viene dato per perso e buttato, si colloca coerentemente all'interno del moderno sistema sociale occidentale nel quale la cultura, volendosi sottrarre ad ogni valutazione e giudizio di merito e prescindere da ogni scala di valori, finisce per promuovere e glorificare idee sostanzialmente modeste o usurati déjà-vu nel nome di "una lacrimosa avversione all'eccellenza" sulla quale disquisisce con tagliente ironia Robert Hughes in un suo celebre pamphlet ("La cultura del piagnisteo", Adelphi, 2003).

Ed è così che il ri-uso continua a trovare nuovi cantori, mentre appare sempre più inevitabile chiedersi se questo stile della mancanza di stile nato dagli scarti della società consumistica e dai rifiuti della civiltà tecnologica, resterà nella storia dell'arte e dell'architettura o solo in quella del costume.


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


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