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Parigi, all’Espace Lafayette-Drouot "The World of Bansky”, su 1200 mq. esposte un centinaio di opere del più famoso street artist del mondo. Fino al 31 dicembre 2021.

SECONDE E TERZE MEMORIE.
Vita-Fiction, Arte-Fiction, Tutto-Fiction

di Stefano Elena
pubblicato il 15/01/2007
Rivoli (TO), dal 27 al 30 dic. 2006.
Scelgo di testare il freddo che sembra a volte infierire sui padiglioni auricolari e su certe parti della fronte/parabrezza che imperterrita gli va incontro, al freddo.


Candice Breitz, Mother, 2005. Installazione a sei canali. Durata 13 15'. Collezione privata. Courtesy Galleria Francesca Kaufmann, Milano



Francesco Vezzoli



Douglas Gordon
&Philippe Parreno

Zidane, un ritratto del 21° secol
o



Candice Breitz
Scelgo di vedere il ghiaccio leggero che nasce la notte e che ogni mattina, guardando dal vetro di ogni finestra, compare decorativamente sui rami anoressici e il verde ad aiuola.
Ancor peggio scelgo di includere lei, la solita arte, tra i piaceri portati da questi giorni di festa corti.

A Rivoli c'è il Castello di Rivoli, uno dei maggiori centri (non solo a livello nazionale) per l'arte contemporanea, responsabile dell'allestimento di mostre memorabili (ora in corso Claes Oldenburg & Coosje van Bruggen - "Sculpture by the Way", mostra visionaria e organica della quale non vi dirò per questioni di spazio, restando così in tema con la mostra stessa, perché anche non parlando si può parlare, purché i perché del silenzio siano quelli giusti…), dotato di una biblioteca da eiaculazione e di un bookshop da erezione.
A quest'ultimo il vostro puntava, deciso ad accaparrarsi una copia di "Form Follows Fiction", catalogo edito da Charta in occasione della mostra omonima tenutasi al castello a fine 2001 e curata da Jeffrey Deitch, brillante mente newyorkese responsabile in precedenza del "caso" espositivo/filosofico di fama mondiale "Post Human".

Ebbene, "Form Follows Fiction", dicevamo.
In questo progetto Deitch sostiene e dimostra come la forma (dell'arte) segua da qualche tempo la FINZIONE, piuttosto che la funzione, come diceva il Modernismo.

Attraverso una selezione di artisti internazionali, l'idea e poi la mostra riflettono su quanto vada sempre più dimagrendo il confine ubicato tra il regno della realtà e quello della finzione.

*

Pierre Huyghe
- The Third Memory

In altre parole, se già la realtà si avvale della fiction, dei canali preposti alla spettacolarizzazione del tutto (pensiamo ai processi trasmessi in tv, ai reality, agli atteggiamenti ed i comportamenti che con costante insistenza tendono a replicare quelli dei vip), l'arte segue l'esempio ricorrendo con non poca frequenza alla messa in scena, alla rivisitazione di un "prima", di un già esistito costruito dal merchandising dei palinsesti, all'utilizzo dei sistemi tipici delle simulazioni attuate dai mass-media.

Già nel '95 Ghezzi , nel suo corso sulla comunicazione, diceva che "…dovremmo provare a considerarla [la televisione]molto più un sistema reale, un sistema della realtà, che non un mezzo per trasmettere, per comunicare, per far arrivare messaggi."

E così è, oggi, no?
Quanti di voi se la sentirebbero di disdire un appuntamento concordato con mrs television, con the box, la sera che lei - non essa - trasmette quello che vi piace, che sa tenervi attaccati alla superficie elettrica e fresca del suo volto cangiante, adattabile, adattato? Sapreste rinunciare a questa pellicola quotidiana che copre gli occhi coi suoi pochi millimetri di spessore per proiettarvi sopra le immagini definite che devitalizzano irrecuperabilmente l'approccio al senso del reale?
L'arte, volontariamente e coscientemente, no.
Un po' per critica un po' per convenienza, le arti visive contengono casi eclatanti di geniali rivisitazioni e/o riletture di condizioni cinematografiche o televisive, dei loro stilemi che vengono prelevati dal contesto d'origine e applicati a quelli preferenziali, o solo preferiti, dell'arte (processo questo non distante da quelli dada).

Se Orson Welles aveva fatto il contrario quando, nel 1938, presentò alla radio senza preavviso un adattamento de "La guerra dei mondi" che scatenò il panico tra gli ascoltatori perché certi che l'invasione aliena stesse realmente accadendo, attestando così il potere inequivocabile dei media, le cui emissioni sono per forza di cose da ritenersi vere, l'arte e a volte la vita prendono oggi dai media e dai mezzi di finzione per far propri alfabeti e linguaggi abituati a recitare.

L'ortografia delle immagini muta perché comincia a parlare idiomi imprevisti, mai visti prima all'interno di quei contesti e quei modi di (dis)fare.
Dentro l'arte quindi si fa cinema, nei suoi video si vede tv, nelle sue fotografie si montano scenografie e si immettono speciali effetti speciali che sembrano usciti dalla migliore e più aggiornata fanta/finta-scienza.

PIERRE HUYGHE, nel 1999, gira "Third Memory". E' una sorta di vero e proprio remake del film di Lumet "Quel pomeriggio di un giorno da cani", tratto dalla storia vera di John Wojtowicz che nel 1972 tentò di rapinare una banca per permettere alla moglie di pagare l'intervento per cambiare sesso (!!).
Se già la realtà sembrava, come è evidente, FINTA, il film di Lumet ne ha ovviamente fornito una versione ancora meno autentica, rileggendola attraverso i filtri cinematografici e snaturalizzandola ulteriormente.
Huyghe, l'artista, anni dopo ha chiesto all'interprete reale dell'accaduto reale, lo stesso John Wojtowicz che nel film di Lumet era interpretato da Al Pacino, di essere il protagonista di un nuovo filmato che avrebbe ricalcato le ambientazioni e la sceneggiatura del film di Lumet, ma nel corso del quale Wojtowicz avrebbe dovuto indicare come le cose fossero andate davvero, NELLA REALTA'. "Third Memory" perché il lavoro di Huyghe è un terzo pensare il vero, dopo il fatto accaduto e la rivisitazione per il cinema, un ibrido tra i due costituisce un terzo possibile metodo per ricostruire, riprodurre, rifare.

Poi c'è CANDICE BREITZ, nei cui video l'artista replica letteralmente le parti, le pose e le gestualità di alcune attrici hollywoodiane o comunque di personaggi del jet-set, dello spettacolo generico che intrattiene.

Poi c'è DOUGLAS GORDON, che rallenta/deforma il "Psycho" di Hitchcock o che, assieme a Philippe Parreno, gira un film-documento su Zidane.

O FRANCESCO VEZZOLI, che all'ultima biennale di Venezia proietta un remake del "Caligula" di Vidal.


Connettendosi alle 1000 e più connessioni della fiction in genere, l'arte ne mima le forme con l'intento di attestare quanto sia accessibile la riproducibilità iconografica degli uomini che vivono la finzione, di quantificare il poco occorrente per la riedizione di un'identità, per una ristampa del successo da montaggio. Intanto la FICTION AGE avanza, i simulacri imparano a muoversi meglio, e noi scopiamo con il web. Intanto storicizziamo la rappresentazione e ci muoviamo sui momenti e sui ricordi delle invenzioni che calcano le scene, sovrimponendoli ai pochi che ci erano rimasti.

E' inizio anno. Io ho deciso di buttar via meno parole possibili e ho quasi smesso il tabacco.
Voi tenetevi la vita vera che avete.

Buon anno. E buona fortuna.

P.S.: Una buona lettura in merito a quanto sopra è "L'età della finzione" di Massimo Melotti, Luca Sossella Editore.


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