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Renato Begnoni, "Dinanzi al mistero"
testo critico di Ferruccio Giromini
pubblicato il 16/05/2006
Dinanzi al mistero, mancano le parole. A volte, anzi, manca addirittura il fiato. La sopraggiunta apnea, se prolungata, annebbia fin la vista. E, nel momentaneo capogiro, può capitare di intravvedere per un attimo qualcos'altro, come in un lampo, tracce d'altra realtà, forse uno squarcio di sovrarealtà.




È questa un'impressione suscitata dalle immagini di Renato Begnoni. Diciamo "immagini", tenendoci sul vago, e non in modo specifico "fotografie", perché tali semplicemente esse non sono, anche se possono sembrarlo a una prima occhiata. In fin dei conti né tecnicamente, né formalmente, né concettualmente.

Benché realizzate con i più tradizionali procedimenti analogici, e mai digitali, sono piuttosto immagini che usano la fotografia, che partono dalla fotografia, per proseguire su strade loro, del tutto speciali. Partono dalla realtà per trascenderla in modo sovrano.

Sono altresì opere che partono dal figurativo per raggiungere effetti di astrazione, anche visiva oltre che concettuale. Partono dall'esteriore per significare un interiore.

Fotografo per professione, Begnoni non lo è più - nudo e crudo - per suo diletto e per sua ricerca. È comprensibile che prenda le mosse da materiali fotografici, ossia il suo pane quotidiano che sa bene come sfornare cotto a puntino; ma è altrettanto logico che tenda a superarli, quando può, per deviare quanto possibile dalla prevedibile routine professionale, quella sì inevitabilmente commerciale.

Così nascono queste elaborazioni: grandi stampe curate, doppie esposizioni, sottili interventi manuali di colorazione ogni volta un poco differenti - di modo che non si può parlare mai di multipli, per quanto a bassa tiratura, neppure quando due pezzi apparentemente si somigliano, perché ognuno invece è con orgoglio un pezzo unico ed irripetibile.

In tempi di facili clonazioni, ciò è già indice di un atteggiamento controcorrente: dal punto di vista tecnico, ma anche da quello creativo. È un magnifico segnale di lentezza operativa: di preventivo calmo accumulo di forze, di metodica osservazione dell'intorno, di silenziosa maturazione delle scelte, di attesa paziente di conferme, di concentrate cure metodologiche nella fase esecutiva, ancora di trepida sospensione del giudizio finale.

È per questo motivo che le immagini di Begnoni, le poche che escono dalla sua frugale fucina, una volta che si mostrano scavano e lasciano il segno in chiunque se le trova davanti. Sono quanto di più lontano si può immaginare dalle istantanee dei reporter che catturano attimi fuggevoli; ma anche dai costruiti still-life pubblicitari; e pure, figuriamoci!, dai tanti glamour posticci di moda, così come da altri algidi o aridi concettualismi. Si capisce bene che non sono improvvisate, che non sono frutto di colpi di fortuna casuali, che non sono certo costruite per piacere e vendere, che non sono insensate.

Anche senza andare a leggerne i titoli, al primo colpo d'occhio si intuisce che queste rappresentazioni sono profondamente significanti. Più o meno enigmatiche, più o meno coinvolgenti, più o meno emozionanti, più o meno inquietanti, persino più o meno disturbanti, di sicuro non lasciano indifferenti: ti bloccano davanti a loro, ti trattengono, ti interrogano nell'intimo, ti preoccupano pure, e ti lasciano andare solo dopo averti, almeno un poco, mutato.

Ti colpisce la loro ampiezza, ti penetra la loro profondità. Le riempie, paradossalmente, l'abbondanza di "vuoti". Il risultato è come una inattesa dilatazione dello spazio, quasi fosse una bolla rettangolare in lentissima, lentissima espansione. È come una sospensione del tempo, in quegli spazi; o un gonfiarsi dello spazio al di fuori del tempo. Ciò che vediamo non è la realtà banale, quella che ci circonda normalmente. È una pagina nascosta di ciò che esiste - a prescindere da noi e dallo scorrere ordinario delle cose, delle opere, dei giorni. È una visione che trapassa la realtà, obliquamente, che va oltre.

Però resta evidente che l'autore è un uomo, che nella nostra realtà quotidiana vive anch'egli, e che anzi la soffre, oltre a sognarla e a ricrearla. C'è in queste immagini una grande coscienza del dolore, presente sulla pelle dell'umanità come un tatuaggio tribale impossibile da raschiare via, presente nella vita come una maceria da sgombrare, perennemente da sgombrare, un lavoro che non finisce mai. C'è la presenza della nostra piccolezza, incompiutezza, pochezza. Ma anche, in modo speculare, l'intuizione, come in un barlume di entusiastica speranza, che nel profondo di noi alberga qualcosa di inspiegabilmente enorme e potente.

Ce lo dice il silenzio. O quell'unica nota primordiale, tesa, sorda, che riempie linearmente, infinita, il tempo. E le presenze fantasmatiche che abitano tali visioni hanno il peso della trasparenza: ovvero la purezza della semplicità nuda, del corpo elementare, solo sangue carne pelle respiro, anzi solo forma, forse solo contorno. Anime pulsanti al ritmo basico del cuore. L'innocenza del bambino, rotonda come un mantra. La bellezza della donna, metafisica. L'eroica resistenza dell'uomo, inumana. La struttura prosciugata, la più essenziale, della vita (della morte).

Non si esagera se si riconosce in queste apparizioni sospese un anelito di trascendenza che dimentica dietro di sé, molto sotto di sé, la frammentazione delle diverse religioni. L'unica vera materia, qui, è l'assoluto: il sovrumano vero, non quello parziale confessionale che ognuno pretende migliore degli altri.

Quando la crepa tra i mondi per un momento si allarga, vediamo al di là con gli occhi dell'artista, del mistico, del pellegrino dolente, del reietto sapiente, del genio, del folle, dell'innocente assoluto, del peccatore massimo che ha già visto tutto. Vediamo oltre quello che credevamo il tutto. Vediamo per la prima volta?

Con le sue opere, una per una ma pure tutte assieme viste in progressione, come sono pensate e accostate, Renato Begnoni non ci dà risposte chiare, e gliene siamo grati. Tuttavia ci suggerisce - con sospesa buona educazione, ma insieme con vigoroso empito evocativo - una calca di importanti domande, oltre a una dolce spinta verso l'impegno sociale, e dobbiamo essergliene molto riconoscenti.

http://www.renatobegnoni.it/

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