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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: Il Muralismo
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Maurizio Cinà, “Architettura quantica. La lettura dell'evento architettonico in ottica quantistica”, un parallelo tra il progetto d'architettura e quello che è successo al paradigma della fisica classica negli ultimi decenni.
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A Parigi entro la fine del 2020 aprirà il primo Museo della fotografia storica con sei milioni di fotografie che abbracciano l’arco temporale 1858 - 2008.

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Vienna, nuova scuola d'arte ad Am Hof, concorso di idee per studenti e professionisti per un nuovo distretto della cultura. Consegna entro il 10 aprile 2020.

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Assegnato al fotografo rumeno Laurian Ghinitoiu il premio dell’ottava edizione degli Architectural Photography Awards per i migliori scatti di architettura del 2019.

In Italia
Roma, Spazio Eventi Tirso, "Frida Kahlo Il caos dentro", fotografie e opere, con la ricostruzione dei luoghi di Casa Azul, a Città del Messico, in cui Frida ha vissuto.
Fino al 29 marzo 2020.

All'estero
Barcellona, “I LOVE LEGO: mundos en miniatura”, un milione di moduli del mattoncino più celebre del mondo, passione di adulti e bambini.
Fino al 29 marzo 2020.

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UNA TRIPLICE
3 movimenti
di Ferruccio Giromini
Testo di Ferruccio Giromini sulla mostra di Ravenna "Una sola moltitudine" in corso dal 25 maggio al 24 giugno 2007
1. Al di là di una generica appartenenza a quella benedetta mai ben definita “arte giovane” e a quella benedetta mai ben definibile area di pensiero sociale ed estetico “antagonista”, cosa mai potrà accomunare le tre personalità creative che condividono questa occasione espositiva, pensata non come “collettiva” ma come “personale a tre”?

Hanno età diverse, operano differentemente tra loro, sfornano “prodotti” che non si somigliano. Eppure, eppure, a loro volta sono” prodotti” di un unico tempo – questo nostro, italiano, europeo, planetario, cosmico, di oggi. E condividono alcune±molte conoscenze, influenze, baldanze, screanze dei produttori d’immagini contemporanei (quelli pensanti, certo).

Sono insomma tre effetti di cause comuni: come capita sempre, generazione dopo generazione, ai figli legittimi del proprio tempo. Forse a loro volta saranno cause di effetti simili, o forse no; ma non è questo l’importante. T-R-E resta un bel numero.

Moschettieri? Porcellini? Amigos? Virtù teologali? Spigoli acuti di un medesimo triangolo scaleno.

2. Questi tre sono qui assieme, perché pensano per immagini. Ciascuno a modo proprio, grazie al cielo; senza mai sbirciare il compito del momentaneo compagno di banco, quando c’è, laggiù al discreto riparo delle ombre in fondo all’aula; ma sempre prendendosi in pieno le proprie responsabilità, con l’orgoglio di chi può dire tranquillo “ebbene sì, sono stato io”. (La domanda poteva ben essere “chi ha scarabocchiato i gabinetti?”).

E cosa sono le arti visive, in fondo, da sempre, se non un compiaciuto affinamento dell’esercizio innato dello scarabocchio? Come a scuola, come per strada, come sui giornali, come negli infiniti nodi della Rete, come alla radio, in tv, al cinema, su un palco, su una cassetta di frutta rovesciata, e perfino con un mitra in mano, l’esigenza è sempre la stessa: marcare il territorio, come con getti mirati d’urina. Lasciare un segno. Farsi riconoscere. Come incidere con un temperino in un ascensore: “I was here”.

Eppure, eppure, qui scatta la trappola: qui il senso ci sorprende con un salto mortale e si contraddice. La tag, più o meno arzigogolata e più o meno leggibile, che marchia i confini delle derive metropolitane, si fa riconoscere solo per se stessa, mica svela il suo artefice. È un nickname (quel che si chiama con parola più lunga e meno pronunciabile pseudonimo), ovvero una maschera: per – paradossalmente – affermare solo l’esistenza della propria mascheratura, quasi come sottolineare la presenza della propria assenza.

3. Ma importa che Squaz sia Pasquale Todisco? Che Paper Resistance sia Sandro Micheli? Che Sonosolo sia Filippo Pirini? Certo che no, chi se ne frega dei nomi, è quel che si fa che importa. Ma invece ha importanza, e tanta, che tutti e tre abbiano scelto di non firmarsi correntemente col proprio nome e cognome anagrafico, ma di ri-crearsi piuttosto una identità “vergine” di “artisti”. Sono loro, e non sono loro.

Forse così sono più liberi. Di rappresentare il loro/nostro tempo e le loro/nostre baldanze/screanze. Uno può urlare tranquillo una rombante e inebriante solitudine giovanile. L’altro può farsi tranquillo partigiano di una personale Resistenza cartacea, civile. Il terzo può abbandonarsi tranquillo al piacere introflesso ma estroflesso dello squazrabocchio spettacolare.

Un po’ per celia e un po’ per non morir, è così che diviene possibile raccontarsi, raccontare, ragionare, insegnare, giocare, pregare, inveire, predicare, contraddire, sognare, quasi senza accorgersene. Con una comunicazione pungente, a volte immediata e a volte sotterranea, ma empatica, che va oltre le parole.

Eppure, eppure, c’è dell’altro. La verità, se esiste, viene sempre a galla un po’ per volta, e si traveste volentieri da menzogna. Non sapremo mai tutto. Procediamo per indizi. A loro è concesso – se e quando ne hanno voglia – di fornircene qualcuno di tanto in tanto; a noi spetta – se stiamo al gioco, se c’interessa la posta – poi provare a decifrarli… Tutti affollati intorno al tavolo, la partita resta perennemente aperta.


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


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"Pianoforte e mandola"



 

 
 

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