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HOW COME?
UN SUBLIME ANACRONISMO

di Alessandro Tempi
pubblicato il 9/11/2019

Il linguaggio pittorico continua ad affermarsi come il più competitivo e più avvertito della propria natura di artefatto storico e la pittura, per il grande pubblico, continua a rappresentare ciò che le arti visive dovrebbero essere o ritornare ad essere.

Ancor oggi, per i più, la pittura gode di una certa preminenza rispetto alle altre arti e la prova ne è il fatto assodato che, nell’opinione comune, l'idea stessa di opera d'arte sia comunemente associata ai dipinti piuttosto che a sculture o opere di architettura o a quelle afferenti alle cosiddette "arti minori". Ciò è senza dubbio riconducibile alle modalità intorno a cui ruota il fenomeno della fruizione dell’arte, nel senso che a tutt’oggi, dati alla mano, si continua a pubblicare un numero maggiore di libri e cataloghi sulla pittura e i pittori che non sulla scultura e gli scultori o su qualsiasi altro settore delle arti visive. La pittura, insomma, piace e “tira” ancora. O almeno così parrebbe.

In realtà, periodicamente nel mondo dell’arte contemporanea riemerge la domanda circa il senso della pittura oggi. Dalle Neoavanguardie (anni Cinquanta-Sessanta) ad oggi, vale a dire da quando si è cominciato a trasgredire o contaminare o perfino negare i generi, la figura dell’artmaker ha sostituito quelle tradizionali di pittore o scultore – tanto per rimanere a quelle tradizionali anche in senso accademico. Ma non per questo ci sono meno pittori sulla scena artistica attuale. Così assistiamo ad uno strano paradosso: la pittura da un lato viene tacciata di anacronismo come disciplina artistica, dall’altro spicca ancora sul mercato e nelle grandi kermesse del contemporaneo. How come?
Il primo ostacolo che si incontra allorché si voglia affrontare la questione della pittura oggi è quello della sua natura di medium. L’avvento di nuove tecnologie espressive che fin dagli anni Sessanta si sono affiancate alle discipline accademiche e le scelte consapevoli degli artisti l’hanno infatti alleggerita del suo peso storico come della sua tradizione fabrile, equiparandola agli altri media disponibili.

Ma se si vuole andare ancora più indietro nel tempo, tutto il riduzionismo di Duchamp può essere letto come svalutazione del gesto pittorico in favore di una ascesa teoretica dell’attività artistica. L’idea che l’artista non debba essere definito dalla sua aderenza ad una disciplina o ad un genere, ma alla qualità intellettuale di ciò che esprime con qualsiasi mezzo disponibile fa insomma il paio con la presa di coscienza che in una disciplina artistica nessun strumento possa essere automaticamente considerato necessario e imprescindibile.

In questo senso, ogni idea deve assumere una qualche forma e quella data dalla pittura non è che una possibilità per comunicarla; la scelta, insomma, è dell’artista. Se negli ultimi cento anni, accanto alla tela e al pennello, come accanto a martello e scalpello, sono proliferati altri strumenti di lavoro, ciò non ha svalutato il linguaggio pittorico in sé, che anzi si è fatto, nel migliore dei casi, più competitivo e più avvertito della propria natura di artefatto storico. Pertanto, la tradizione in cui la pittura come genere è inserita rappresenta ancora per molti artisti una sfida con qualcosa di storicamente ricco e determinato che, in assenza di altri stimoli ispirativi, funziona ancora. Perché indubbiamente, come si è detto, la pittura ancora “tiene” anche se la sua popolarità odierna pare dovuta ad una gamma articolata di fattori causali. Fra questi, vi è senza dubbio la convinzione che la pittura continui a rappresentare, nella percezione dei “non addetti” e quindi del grande pubblico, ciò che le arti visive dovrebbero essere o ritornare ad essere. Cosa? Decorazione d’interni, né più né meno di quel che è stata per secoli. E qui la questione del linguaggio conta meno di quanto si possa pensare; conta più l’intima natura di merce dell’oggetto-pittura. Il mercato ama i quadri poiché sono merce allo stato puro e anche se nel sistema dell’arte vi è sempre qualcuno pronto a magnificare ciò che la differenzia dalle altre merci, ciò che la riduce ad essa non viene quasi mai messo in discussione.

Gustav Klimt, "Allegoria della scultura"
olio su tela, 44x30 cm, Österreichische Galerie Belvedere (Vienna)

Jan Vermeer, "Allegoria della Pittura"
olio su tela, 120x100 cm, Kunsthistorisches Museum (Vienna)

 

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